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mercoledì, ottobre 29, 2008
'Dallo Spazio' esiste ormai da cinque anni e chi mi legge da allora sa che raramente ho fatto trasparire le mie preoccupazioni e mai ho parlato delle mie opinioni in ambito politico, perchè non è questo lo spirito con cui scrivo. Ricordando che, al di là del lato artistico e fashion, 'Dallo Spazio' è un blog militante, vorrei dire due parole sullo scempio che si sta facendo nel nostro paese della cultura e della speranza, concetti strettamente legati. La cultura e lo studio non fanno diventare presidente del Consiglio, ma permettono di non farsi condizionare da chi sbandiera proclami populisti, fanno sì che si voglia desiderare di avere un futuro. La cultura e lo studio muovono le coscienze, attivano la critica e l'autocritica, rendono indomiti e curiosi, in sintesi rendono liberi. Tutto questo giro di parole per esprimere la viva preoccupazione per quello che sta succedendo in Italia, e parlo non da insegnante precaria, che quest'anno concluderà la sua breve carriera, per fare cosa ancora esattamente non si sa, ma parlo da persona libera, che cerca di capire la piega che stanno prendendo le cose, che cerca di approfondire, di confrontarsi con gli altri, ma di contro riceve solo conferme negative, viene tacciata di essere visionaria, di non aver capito bene, di essere stata indottrinata, di lamentarsi perchè si sente la sedia traballare sotto il sedere (quale sedia?) e perchè non vuole il cambiamento. Non mi voglio dilungare perchè c'è 'Mering-o-Rama' che preme ed è giusto riservare questo spazio come deciso in precedenza, ma vorrei consigliare a questi 'signor-so-tutto' di rimanere ben vigili, di alzare le antenne, di guardare in faccia la realtà con onestà, di imparare a leggere i segni che ci circondano; io li aspetto al varco all'inizio del nuovo anno scolastico e poi spero potremo discutere sugli effetti reali di questa sedicente riforma, sia in termini economici, che sociali e soprattutto culturali. Capisco che il governo non abbia mai desiderato avere a che fare con un paese pensante, ma relegare tutto - la protesta, le critiche, i pareri di chi la scuola la fa e la conosce - sotto la dicitura 'monnezza comunista' è un errore gravissimo che prima o poi presenterà il suo conto.
Bene, dopo aver scagliato il mio anatema, eccoci con la seconda puntata di 'Mering-o-Rama', un esperimento dalle mille sfaccettature e valenze, una sorta di mitologica quest avente come oggetto la meringa perfetta, ricettacolo di dolcezza e fragilità di cui la sottoscritta è da sempre strenua sostenitrice. In un momento in cui le carezze emotive non sono mai sufficienti, a volte carico B in passeggino ed insieme partiamo alla scoperta di quello che il nostro (anzi, mio) palato deve ancora scoprire. Spesso tendiamo a non considerare quello che riteniamo ordinario, e questo spiega come mai finora non mi ero degnata di varcare la soglia della pasticceria vicino casa. Ci passo davanti ogni giorno, eppure non l'avevo mai considerata una possibile candidata per l'esperimento in questione; la scorsa settimana mi sono ravveduta e nessuna decisione fu più saggia.
La resistenza principale, lo ammetto, era di ordine pratico: salire le scale che portano al locale prima con B imbacuccata nell'ovetto, poi con il passeggino, non è stata un'esperienza esaltante, ma lo sforzo è stato ripagato. Io e B ci siamo sistemate in un angolino, per quanto il locale fosse vuoto, e lì abbiamo potuto sottoporre la meringa della casa ad un'attenta analisi e al consueto servizio fotografico.



Il pasticcere che ci ha servito penso non leggerà mai questo post, ma voglio comunque rivolgergli una richiesta: ti prego, non mettere il cacao nel cappuccino in quel modo, lo rovini, fai afflosciare la schiuma, lo fai diventare una promessa non mantenuta. Superato lo shock (non sono una purista del cappuccino, ma certi gesti avventati mi lasciano perplessa), la nostra attenzione è stata catturata dalla meringa, preparata al momento. Ripensandoci, questo è stato fondamentale: la meringa che vedete nella foto qui sopra, infatti, non giaceva tristemente nel bancone, ma è stata 'assemblata' sotto i miei occhi. Capirete l'entusiasmo quando è giunto il momento della verità.



Non posso sbilanciarmi per non privare di senso 'Mering-o-Rama', ma penso che questo esemplare abbia raggiunto un livello molto vicino alla perfezione. I gusci di meringa, per iniziare, erano perfetti, sia all'esterno che all'interno, asciutti e sodi, croccanti ma non friabili (sono riuscita a mangiarne uno senza che si staccasse nemmeno una briciola); ho apprezzato molto anche il loro gusto, di meringa e basta, senza fastidiosi retrogusti. La panna forse rappresenta il lato più debole, ma qui dipende dal punto di vista: si trattava di una panna non di produzione industriale, non particolarmente zuccherata (quando a me piace molto zuccherata), che sapeva di latte, così come dovrebbe essere. Mentre addentavo questa delizia, ho mandato mentalmente a quel paese la recessione, gli speculatori in Borsa, i tagli alla scuola, le elezioni presidenziali americane, il bucato da stirare, i denti di B che non spuntano, varie ed eventuali, e mi sono sentita emula di un Coleridge in preda all'oppio, pronta a cantare le lodi di una terra ideale che mai esisterà. L'entusiasmo per la meringa mi ha così galvanizzata, che ho voluto tendere un ultimo residuo di guscio alla mia assistente.



L'assistente (e la mia coscienza), con fare sprezzante ma senza scomporsi, mi ha ricordato che lei non mangia quando è in servizio e mi ha intimato di vergognarmi: per una bimba come lei (di sette mesi e mezzo), lo zucchero è veleno. Raccolte tristemente le pive nel sacco, mi sono accusata di essere una madre degenere, per un attimo mi è balenata l'idea di ordinare un altro dolcetto, ma mi sono trattenuta. La ricerca continua e i bis non sono ammessi, almeno fino alla reperimento dell'esemplare perfetto.
Postato da: superqueen alle 00:43| | p.link

martedì, ottobre 21, 2008
A volte mi chiedo cosa alimenti la mia passione per la fotografia di moda, tenendo conto della sempre più forte omologazione che investe anche questo settore, come molti altri dell'arte e della comunicazione. Da anni non leggo le solite riviste femminili patinate perchè mi sembrano tutte uguali, sia nei contenuti, che nella struttura e nei servizi fotografici, sempre più simili gli uni agli altri. Dopo aver tristemente assistito alla morte di 'The Face' e non potendo acquistare con facilità 'i-D', la mia attenzione si concentra su 'Vogue Italia', ma anche su altre edizioni della stessa rivista, senza dubbio la più innovativa in circolazione. Nonostante 'Vogue France' abbia ormai imposto la sua  supremazia, ritengo che 'Vogue Nippon' gli stia facendo una guerra spietata, grazie a servizi di moda interessanti, innovativi e pieni di suggestioni. Molti dei servizi che appaiono sulle pagine del mensile giapponese, infatti, sono delle vere e proprie narrazioni, salvo che, al posto delle parole, ci sono le immagini.
Niente di più vero può essere detto di 'The Bride Wore Black' di Camilla
Åkrans, apparso sul numero di agosto: in questo servizio tutto, dal titolo alla location, agli abiti, rimanda a qualcosa d'altro ed è nella rete che si crea che sta la vera arte. Il servizio in questione, innanzitutto, mi ha subito attirato in quanto ripropone un tema di cui si è molto parlato in queste pagine, ovvero quello del matrimonio [1]. Seguendo un po' l'esempio di 'Oui' di Patrick Demarchelier, viene riproposta la figura della sposa gotica, che qui si carica di accezioni decisamente più complesse. Pensiamo ad esempio al titolo, 'The Bride Wore Black': i cinefili non potranno non leggervi un riferimento all'omonimo film di François Truffaut, con Jeanne Moreau che fredda uno dopo l'altro gli assassini del proprio marito, ucciso appena dopo la cerimonia nuziale [2]. Se quindi passiamo alle immagini, capiamo immediatamente come il rimando al film di Truffaut prosegua.



Due sono i possibili percorsi per interpretare le immagini che ora vedremo: la protagonista è una 'sposa nera', quindi una vedova, che indossa l'abito nuziale prima di attuare la propria vendetta, oppure è, più prosaicamente, una sposa eccentrica che desidera sposarsi indossando un abito non convenzionale. Io ovviamente intendo seguire il primo percorso, che rende la lettura degli scatti decisamente più interessante. Nell'immagine qui sopra, ad esempio, è chiaro che l'attenzione è tutta concentrata sulla sposa vestita e velata di nero (la modella Anna Jagodzinska) ma non ci si può soffermare a descrivere la location. Il tripudio di tendaggi alle finestre e attorno al letto, i mobili decorati da dorature, la testiera del letto trapuntata, il copriletto di damasco, la moquette a terra sono elementi che contribuiscono a creare un'atmosfera sovraccarica e claustrofobica, in cui la figura in nero della sposa acquista un'accezione negativa.



La stessa ambientazione torna in questa immagine, dove la sposa (sempre vestita di nero, stavolta in pizzo), ritratta mentre è seduta a terra, appoggiata con la schiena al probabile talamo nuziale, sguardo fisso ed espressione vacua, ricorda una bambola, perfetta nella sua esteriorità ma priva di vita.



La sposa-bambola di nero vestita, seduta su una poltroncina candida, volge il suo sguardo all'obiettivo, mentre stringe le proprie mani tra le gambe. In questo caso, il velo non copre il volto, ma è sistemato sulla sommità del capo, per poi ricadere sulle spalle; l'abito accollato, con maniche in pizzo, lascia scoperte le gambe, anch'esse vestite di nero.



Adagiata sulla solita poltroncina ed abbigliata con abito-bustier e soprabito Chanel, la sposa vendicatrice ha di nuovo il capo coperto da un velo, che nasconde in particolare lo sguardo, rendendola ancora più impenetrabile. Fondamentale ai fini dell'iconografia del servizio è quel cuore in argento (un ex-voto suscepto [3]) che la protagonista tiene tra le mani. Oltre a notare, quindi, l'introduzione del tema religioso, ci si chiede quale sia il voto, la promessa fatta a Dio, evidentemente esaurita.



Il tema della religione cattolica e del culto dei santi appare fortissimo in questa immagine, la più inquietante dell'intero servizio. La sposa, vestita di bianco, ha come sempre il capo coperto da un velo, ma in questo caso il volto che fa capolino sembra non avere nulla di umano, simile come è a quello di una statua di cera. L'immagine, scattata dal basso, fa inoltre apparire il soffitto della camera già vista, su cui spicca un lampadario e una fitta panneggiatura, ulteriore elemento che veicola un senso di chiusura e di isolamento dall'esterno.



Nel momento in cui cambia completamente la location, rimangono inalterati alcuni elementi caratteristici del servizio: la sposa, vestita di bianco, indossa un completo intimo, ma è sempre coperta da capo a piedi da un velo profilato di pizzo. La sua posizione decentrata fa sì che possiamo osservare quello che la circonda: un salone con pavimenti e pareti di legno, su cui spicca una specie di tabernacolo dorato (giusto per rimanere in tema religioso).



Versione in negativo dell'immagine precedente, questa mostra la sposa in nero, con in mano ancora l'ex voto. Al di là dell'estrema magrezza della modella (guardatele le gambe), notiamo il massiccio mobile su cui si appoggia, sul quale campeggiano due candelabri.



Man mano che si procede con la 'lettura' del servizio, si chiarisce la struttura del luogo in cui è ambientato. Dopo aver visto la camera da letto e il salone, ora sappiamo che esiste una scalinata, su cui si affacciano colonne dai fusti scanalati, archetti e una classica balaustrata. La sposa viene ritratta mentre ascende questa scala, con il capo  coperto e addosso un bustier stringato sulla schiena. Questo scatto ricorda il celeberrimo 'Mainbocher Corset' di Horst P. Horst [4], salvo per l'atmosfera di rarefatto erotismo che lo distingueva. Qui domina un pesante senso di destino ineluttabile e di sospensione, in attesa che si consumi il delitto.



Splendido il contrasto cromatico che possiamo ammirare in questa immagine: il nero dell'abito viene spezzato dal bianco sullo sfondo ma soprattutto dalle rose scarlatte che la sposa tiene in mano. Una raffinatezza: il decoro traforato dell'abito sembra proprio riproporre la forma di una rosa.



Bellissimo poi questo primo piano della protagonista, il cui volto è sempre velato ma fa intravvedere uno sguardo di ghiaccio. Guardando questa immagine, è impossibile non ricordare l'altrettanto magnetico sguardo che Gloria Swanson lanciava alla macchina fotografica di Edward Steichen in uno dei suoi ritratti più famosi ed intensi.



Soffermiamoci per un attimo, prima di concludere, sull'ultima immagine, che si differenzia per molti motivi dalle altre. In questa, la sposa non è velata, eppure il suo volto è in parte celato dal mantello rosso che indossa (un capo di Alexander McQueen); è la prima e unica immagine scattata all'esterno, su una terrazza con pavimentazione a mosaico, ed è l'unica in cui la modella non indossa abiti bianchi o neri. Qui, a dire il vero, l'immaginario legato alla sposa vendicatrice e alla religione viene abbandonato, ma l'eco del terrificante 'The Masque of the Red Death' si sente fortissimo, non solo per il colore del mantello, ma anche per quel senso di claustrofobia che avevamo notato nelle immagini precedenti, uno degli elementi fondanti nel racconto di Edgar Allan Poe.

Un ultimo commento, infine, va alle locandine del film di Truffaut, in cui la Moreau viene ritratta un po' alla maniera di Boldini, splendida vendicatrice velata di nero, esattamente come la protagonista del nostro servizio.

[1] A questo proposito, ho creato un'apposita categoria ('Le Fil Blanc'), sotto la quale raccogliere tutti i post che trattano l'argomento in questione.
[2] Il film, girato nel 1968 e basato su un romanzo noir di Cornell Woolrich, ha senz'altro ispirato Quentin Tarantino per la storia di vendetta presente in 'Kill Bill'.
[3] Da notare come gli ex voto siano gli elementi decorativi che caratterizzano la collezione a/i 2008/09 di Givenchy, disegnata da Riccardo Tisci.
[4] A questa fotografia rende omaggio Madonna nel video di 'Vogue'.
Postato da: superqueen alle 23:44| | p.link

giovedì, ottobre 16, 2008

Tenendo conto dell'autoreferenzialità di cui si nutre questo blog, rispondo per prima alla domanda contenuta nel titolo, dicendo che sì, sono una style stealer, o meglio, vorrei tanto esserlo. Chiariamo innanzitutto il concetto: qui si parla di prendere spunto da personaggi più o meno noti del mondo dello spettacolo e della moda, trarne ispirazione per crearsi un proprio stile. Questo ovviamente è un meccanismo a cui tutti, in misura più o meno evidente, sottostanno, anche quelli che fingono di essere alternativi (oddio, ma si usa ancora questo termine o è stato sepolto alla fine degli anni '90?) e al di sopra di ogni sospetto. Chiamiamolo pure spirito di emulazione, fatto sta che negli ultimi tempi, con l'interesse sempre più vivo dei media nei confronti di certi brand, scoprire chi indossa cosa è diventato quasi uno sport nazionale (per me lo è senz'altro); non si era mai verificato però un fenomeno piuttosto recente, ovvero l'attenzione verso gli addetti ai lavori, giornalisti e stylist che superano la barriera dell'anonimato, escono allo scoperto e diventano essi stessi protagonisti. Basta dare un'occhiata a blog come Jak & Jil o The Sartorialist per rendersene conto: ormai non ci si accontenta di prendere spunto dalle celebrities, ma si va direttamente alla fonte. Al di là delle ammiratissime Voguettes (le giornaliste di 'Vogue France', riunite attorno a Carine Roitfeld), altre due sono, a mio parere, le vere trendsetter, molto diverse tra loro, eppure accomunate dall'anticonformisto e dal desiderio di continua sperimentazione. Sto parlando di Rachel Zoe e Anna Dello Russo, due nomi che sono spesso comparsi in questo blog, a dimostrazione del mio interesse nei loro confronti.
Si è recentemente messo in evidenza come la carriera della Zoe [1] abbia preso una svolta molto positiva, sottolineata anche dalla messa in onda di un reality a lei dedicato (di cui, ovviamente, non perdo una puntata). Ebbene, questo le ha permesso  di consolidare e raffinare non solo lo stile proposto alle clienti, ma anche il proprio.

Ecco una serie di immagini che la ritraggono durante la settimana della moda a New York, durante la quale sono state presentate le collezioni p/e 2009. Se osserviamo bene ciascuno scatto, ci rendiamo conto come la Zoe non ami molto cambiare il proprio aspetto - l'acconciatura è sempre uguale, il trucco è ridotto al minimo - eppure il risultato è sempre diverso, grazie agli abiti, ma soprattutto grazie agli accessori, di cui la Zoe ha una padronanza assoluta ed invidiabile. Lei stessa grande appassionata di bijoux vintage (specie a forma di serpente), fa in modo che ogni outfit sia completato al meglio da una serie di bracciali dalle svariate fogge, oppure da un paio di orecchini o da un anello importante. Impartisce così una grande lezione: non c'è bisogno di essere emuli di Fregoli per dare un tocco sempre diverso al nostro modo di vestire.


Durante la settimana della moda a Milano, notiamo un cambiamento deciso: gli abiti scelti sono più importanti e più particolari rispetto a quelli indossati a New York; il risultato finale è più raffinato e meno rilassato di quanto visto in precedenza. Non per questo però viene dimenticata la regola generale: tenere l'abbigliamento semplice e sbizzarrirsi con quello che sta intorno. Trovo sublime, ad esempio, il modo in cui ha accostato l'abito in maglia rosa con un paio di sandali 'Tribute' dorati di Yves Saint Laurent o, ancora, come ha reso ancora più drammatico l'abito in seta nera, indossato alla sfilata di Gucci [2], con diversi fili di perle scure.


Queste belle foto, scattate a Milano da Scott Schuman, ci permettono di mettere a confronto per un attimo le due protagoniste di questo post, indicando le differenze che le contraddistinguono. La Zoe, colta all'uscita della sfilata di Gianfranco Ferrè, è elegantissima nel completo formato da pantaloni corti alla caviglia, camicetta senza maniche con fiocco frontale, Birkin al braccio (colleziona queste borse, per la cronaca) e decollète 'Tribute' di Yves Saint Laurent ai piedi. La Dello Russo a confronto è l'emblema della  semplicità: indossa gonna e corsetto impunturati, peep-toe nere e dorate ai piedi e una collana con pietre dure al collo. Per lei niente borsa [3] e niente occhiali. Messe così a confronto, le due fashion insider sembrano davvero i simboli della cultura americana e di quella europea: la prima mostra la propria ricchezza, esponendone i segni inequivocabili, mentre la seconda vi accenna soltanto, con uno stile raffinato ma con un tocco di eccentricità e di ironia tutte europee.


Ecco la Dello Russo in prima fila alle sfilate newyorkesi, con due mise particolari, che spiccano nell'atmosfera informale nel parterre. Da Tommy Hilfiger (marchio disimpegnato per eccellenza) si è presentata con un impegnativo abito di Lanvin, decorato da piume di marabù, mentre da Derek Lam ha indossato un abito in chiffon stampato a fiori di Balenciaga, accessoriandolo con sandali neri dal complesso cut-out. Spero fosse sua la borsa Chanel bianca e rossa che le vediamo accanto, in quanto formerebbe un interessante pattern clash con il fiorame del vestito.


Nonostante le due intendano la moda in maniera molto differente, esistono degli interessanti punti di contatto, che vorrei approfondire. Entrambe mantengono pressochè inalterata la loro pettinatura (la Dello Russo ha sempre i capelli lunghi e lisci, con riga laterale) e il loro make-up, quasi inesistente. Nelle foto che vediamo sono state ritratte in ambito lavorativo, ma sarebbe bello sapere perchè non si truccano maggiormente [4]: non penso si tratti di mancanza di tempo (sicuramente non sono costrette a passarsi il rossetto in auto, andando a lavoro), forse è proprio una scelta di condotta ben precisa, mossa da chissà quali motivazioni. Durante le sfilate milanesi, Anna ha prestato fede al suo stile semplice e rigoroso, giocando però con gli accessori (soprattutto le scarpe, che colleziona) e con minimi cambiamenti tra una sfilata e l'altra. Da Dsquared, ad esempio, indossa lo stesso completo impunturato che abbiamo notato prima, ma con un paio di scarpe diverse; da Burberry invece ha optato per casacca e pantaloni bianchi Balenciaga, accessoriati da un bel bracciale rigido Chanel. Da Prada ha indossato un abito color rosa cipria in taffetà, mentre da Marni ha ripreso la tunica in paillettes che abbiamo visto precedentemente, indossandola con un paio di pantaloni neri. La stessa tunica, appunto, era stata indossata da Gucci, ma in quel caso con funzione di miniabito. Ebbene, questo elaborare mise partendo da un capo-base e modificando gli abbinamenti con pezzi semplici è non solo economico ma anche conveniente: si può apparire diverse nella stessa giornata, senza doversi cambiare di tutto punto (come invece probabilmente farebbe la Zoe). Da notare come indossi sempre la stessa collana con pietre dure, che diventa quindi una sorta di leit motiv di ogni uscita.




A Parigi, infine, la Dello Russo si è distinta per una scelta ben precisa: quella di indossare abiti ed accessori scuri, sconfessando così una delle caratteristiche principali del suo stile, l'amore per le stampe e i colori vivaci. Chissà per quale motivo è stata compiuta questa scelta, fatto sta che la trovo non originalissima (chi non veste di nero nel mondo della moda?), ma senz'altro coerente. Da Yves Saint Laurent ha indossato un miniabito in pizzo (in linea con i trend invernali), assieme ad un paio di stivaletti alla caviglia (penso siano Yves Saint Laurent) e una stola in pelliccia nera, una mise forse più adatta ad una soirèe, che però viene portata con assoluta nonchalance. E' anche questo che ammiro della Dello Russo, ovvero il suo indossare capi apparentemente destinati alla sera anche di giorno [6]; l'effetto che ne deriva è un po' straniante, ma senz'altro originale ed imitabile. Da Chloè ha indossato un altro miniabito traforato, sempre con stivali. Da Lacroix e da McQueen invece ha scelto due abiti più formali: nel primo caso, uno chemisier in seta (portato con stivaletti Yves Saint Laurent in vernice con suola gialla [5]; nel secondo caso, invece, un abito e una giacca scuri, completati da sandali traforati e da un eccentrico cappellino con veletta.
Queste due fashion insider possono piacere o meno, ma è innegabile come entrambe, a loro modo, abbiano cambiato le regole del vestirsi e dell'apparire: la Zoe è una hippie di lusso, ha lanciato lo stile boho chic, ha riportato in auge gli accessori importanti (gioielli ed occhiali) e le borse da sogno, puntando ad un effetto rilassato ed apparentemente naturale. La Dello Russo invece spinge la sperimentazione su terreni pericolosi (portare di giorno abiti da sera, ad esempio), riuscendo sempre ad imporre nuove tendenze e a risultare un passo avanti rispetto agli altri, pur rimanendo fedelissima al suo aspetto. E' anche questo che ammiro di loro: archiviata la voglia camaleontica di essere una persona diversa ogni giorno, mantengono un aspetto generale (capelli e make-up) sempre uguale, una sorta di marchio che le contraddistingue, lasciando poi al resto (abiti ed accessori) il compito di fare la magia.

[1] Per chi si fosse perso qualche puntata, la Zoe ha abbandonato al loro sciatto destino le sue ex clienti (Mischa Barton e Lindsay Lohan, mentre Nicole Richie si è stranamente salvata e veste meglio di prima), continuando a fare la stylist per celebrities come Joy Bryant, Anne Hathaway e Kate Hudson, ma anche per riviste di moda come 'Harper's Bazaar'.
[2] Guardate bene la foto scattata alla sfilata di Gucci, perchè ne parleremo in seguito. [3] Forse la Dello Russo ha la stessa abitudine della Roitfeld, ovvero non usare mai (o molto raramente) una borsa.
[4] In quanto appassionata di make-up, questa scelta mi pare incomprensibile. Non sono una che si trucca di tutto punto, figurarsi, ma un po' di colore in viso deve esserci sempre, altrimenti distinguere me da Michael Myers sarebbe impossibile!
[5] Ormai la mania di colorare le suole è inarrestabile.
[6] Qui qualche dettaglio su questa abitudine.
Postato da: superqueen alle 08:56| | p.link

sabato, ottobre 11, 2008
Emergo momentaneamente dal gorgo di raffreddore in cui è precipitata B, per proporre qualche riflessione su un servizio di moda che ho scoperto di recente, pur essendo datato 2007. Inizialmente mi ha colpito il team creativo che lo ha realizzato - Manuela Pavesi (fotografa) e Anna Dello Russo (fashion editor) - di cui abbiamo già avuto modo di parlare; analizzando poi le singole immagini e il risultato nella sua complessità, ho trovato spunti interessanti, che mi hanno convinta a riproporlo qui.
Il titolo, 'The Dignity of the White Collar Woman' (letteramente 'la dignità della donna dal colletto bianco'), già si presta ad una doppia interpretazione: inizialmente pare fare riferimento ad una certa categoria di lavoratori (quelli di concetto, in opposizione a 'blue collar', gli operai), ma guardando il servizio e la sua protagonista (la brasiliana Bruna Tenorio, nei panni di una domestica), capiamo che il rimando è un altro. 'White collar' non ha alcuna implicazione socioeconomica, ma va inteso semplicemente come 'colletto bianco', quello che caratterizza l'uniforme della domestica.
Prima di commentare brevemente le immagini, due precisazioni: Bruna Tenorio non è  una bellezza canonica, eppure è tra le più enigmatiche e versatili modelle dell'ultima generazione. La sua presenza rende il servizio come una piccola narrazione visiva, effetto che difficilmente sarebbe stato raggiunto con la presenza di una modella più 'comune'. In secondo luogo, è fondamentale sottolineare come la figura della domestica sia qui modellata in modo del tutto particolare: ella prende su di se una caratteristica dello stile personale della Dello Russo (l'amore per i gioielli e il gusto per la decorazione preziosa) e la rende propria.



La prima immagine funge da documento programmatico, poichè contiene tutto quello troveremo in seguito: Bruna, vestita con la classica uniforme bianca e nera di una domestica, siede su una sedia dall'alto schienale elaborato, regge una borsina lucida e sfoggia una serie impressionante di gioielli (da notare la tiara, versione preziosa della 'crestina' inamidata). L'effetto è particolarmente accattivante, poichè si basa sul contrasto e sull'assunto che quella cameriera, forse, si sta pavoneggiando con i gioielli della padrona.
Trovo sia affascinante il meccanismo che porta la modella ad assomigliare in parte a colei che l'ha 'trasformata' nel servizio di moda: una cosa simile, ma meno sottile, era avvenuta in 'L'Ic
ône', in cui Carine Roitfeld (direttrice di 'Vogue France') aveva fatto posare la modella Snejana Onopka abbigliata e pettinata come Anna Wintour. Nel caso di 'The Dignity', invece, Bruna assimila una passione della Dello Russo, non finendo per assomigliare a lei, ma ricordandocela continuamente [1].



La posa assunta qui sopra cambia di poco, mentre tornano gli elementi  principali dello scatto precedente. Importante è l'ambientazione, scorci di una dimora nobiliare, di cui possiamo ammirare alcuni mobili (in legno scuro, ricchi di intagli dal gusto barocco), e pesanti tendaggi di broccato. I gioielli indossati da Bruna, al pari dei mobili, sono  caratterizzati da forme elaborate, riconducibili ad uno stile antico.



Ironica, ma al tempo stesso terribilmente seria, l'immagine qui sopra, in cui il volto  di Bruna è mezzo celato da un grande paio di occhiali neri. La domestica, carica d'oro, regge con fare pratico, una borsina candida.



Una borsina bianca si trova in quest'altra immagine: Bruna posa di fronte ad un massiccio armadio tutto intagliato, indossando la consueta uniforme con tanto di grembiule ricamato (a cui è appeso un gioiello pendente). La crestina è qui sostituita da una tiara.



Cambia per lo spazio di uno scatto l'ambientazione: da quella che sembrava una sala da pranzo o un salotto, passiamo nella stanza da bagno, con pavimenti di marmo, una grande vasca smaltata e sanitari dalla foggia antiquata. Della stanza vediamo anche una porzione di tenda e un bel pannello stampato (da notare come rechi l'immagine di una donna coronata). Qui Bruna indossa un abito nero più elaborato rispetto ai precedenti, doppiato in tulle (un capo Dolce & Gabbana), e ha sostituito le francesine nere a tacco alto con scarpe bianche con platform. Permane l'abitudine, per la cameriera/modella, di tenere in mano una borsa (qui si tratta di una 2.55 Chanel, in pelle lucida con stampa cocco).



E' stata raccolta chissà in quale stanza la bambolina che Bruna porta con se in questa foto. Palpebre nere e sopracciglia elegantemente disegnate, la bambola è come un'eco della modella, che indossa un completo eccentrico: la camicia ha i polsini alti e il colletto chiuso fino in cima, mentre la vita è segnata da una cintura-bustier in pelle lavorata (torna questo gusto per la decorazione). Come di consueto, i gioielli si fanno notare, specie la splendida croce di diamanti che spicca sul petto, indossata con un semplice giro di perle.



Soffermiamoci per un attimo su questa immagine, forse la più interessante dell'intero servizio, perchè devia dalle regole finora stabilite: intanto Bruna indossa un abito tutto bianco (mentre eravamo abituati al bicromismo), che spicca per contrasto con lo stravagante copricapo nero con orecchie di coniglio (evidente citazione di un celeberrimo ritratto di Elsa Peretti ad opera di Helmut Newton). L'apparente incomprensibilità di questo accostamento viene poi ulteriormente complicata dalla presenza di una decorazione con aragoste, sul pannello che occhieggia dietro la modella, e di un cesto di vimini (una nassa?) sulla credenza intagliata. La composizione di questa foto è attenta ed elegante, quasi a voler formare un tableau vivant tutto incentrato sui contrasti: le orecchie da conglietta cozzano con le aragoste, che cozzano con la scena campestre del quadro appeso alla parete.



Come di consueto, lascio all'immagine che preferisco il compito di chiudere la riflessione. Ha un che di classico e ieratico il profilo di Bruna Tenorio, posa che mette in risalto il suo make-up (sublime il pesante cat's eye sulle palpebre) e gli splendidi gioielli che indossa, quasi tutti con riferimenti al mondo animale. I due alti bracciali sono decorati con un elefante tempestato di diamanti e con un coccodrillo, mentre la collana di oro giallo, smeraldi cabochon e corallo rosa, sembra avere come pendente due codine di delfino.
Ricordando ai lettori che questo, d'ora in poi, sarà un blog militante [2], dichiaro qui le mie intenzioni per il futuro: molto probabilmente non potrò più fare l'insegnante, quindi farò un bel falò dei miei titoli di studio e della mia esperienza, e punterò a diventare una 'white collar woman', una domestica presso un qualche industriale di zona, con l'unico obiettivo di pavoneggiarmi con i gioielli della padrona, quando in casa non ci sarà nessuno, esattamente come l'affascinante protagonista di questo servizio.

[1] Questo 'trasferimento' da addetta ai lavori a modella mi fa venire in mente la figura di Carlyne Cerf de Dudzeele, attualmente fotografa di fama, ma stylist negli anni '80 e '90, specie per 'Elle'. Ebbene, al tempo potevo riconoscere i suoi servizi senza pensarci due volte: le camicie Versace a stampa foulard, l'accostamento di diverse fantasie e soprattutto la costante presenza di gioielli (in particolare d'oro giallo) erano segni incontrovertibili della sua opera ed elementi portanti del suo stile personale.
[2] E' patetico, me ne rendo conto, e pure inutile, ma penso sia mio dovere continuare a fare informazione su quello che potrebbe essere il futuro della scuola pubblica con l'applicazione del piano Gelmini. Come puntualizzato tra i commenti al post precedente, tutto ciò sarà probabilmente attuato impunemente perchè la cultura e l'istruzione in Italia sono ormai parole vuote, private della loro importanza e del loro significato. Mettere a tacere le tante voci di protesta, facendole passare come rigurgito di 'fannullonismo' è profondamente ingiusto e disonesto, nonchè un modo assai veloce per alienarsi parte dell'elettorato (di questo sono convinta, spero che il futuro mi dia ragione).
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domenica, ottobre 05, 2008
In tempi di profonda crisi personale (grazie al ministro Gelmini l'anno prossimo mi troverò disoccupata, essendo io carne da macello, ossia una semplice precaria [1]), il desiderio di distrarmi e di concentrarmi su altro è sempre più impellente. Da qualche tempo mi frullava un'idea stravagante in testa, che solo oggi sono riuscita a concretizzare in una missione, 'Mering-o-Rama'. Il nome parla chiaro: la sottoscritta si pone l'obiettivo di scovare nella zona che va - diciamo - da Bassano ad Asolo (e limitrofi), la meringa perfetta [2]. Sì, avete letto bene, meringa, quel dolce a base di chiare d'uovo e zucchero, servito con panna montata, quella roba che fa ingrassare solo a guardarla. E' da sempre uno dei miei dolci preferiti, all'apparenza semplice, ma in realtà complesso come pochi altri: preparare un'ottima meringa richiede notevole attenzione e una certa pratica, perchè il guscio di albumi e zucchero non deve cuocere, bensì solo asciugarsi, perchè la panna deve essere della consistenza e della dolcezza giuste, insomma, la ricerca della meringa perfetta ha un suo fondamento.
Noncurante dei chili in più (che peraltro sono solo un paio [3]), oggi ho caricato B [4] e l'ing in macchina e ci siamo diretti verso la pasticceria di un paese vicino, con l'obiettivo di rimpinzarci di dolci. La mia scelta è andata, ovviamente, alla meringa, che ho ordinato assieme ad un cappuccino. Ecco quello che mi è stato servito.



Cappuccino in tazza Illy, di cui amo la forma, e meringa su piattino in ceramica bianca, presentazione spartana. Mi ha colpito il cucchiaino portato assieme alla meringa, per la sua foggia che ricorda gli anni '70 (nelle foto di matrimonio dei miei genitori, al momento del dessert compaiono proprio questi cucchiaini).
Ecco la prova, che andremo brevemente ad esaminare: le dimensioni sono perfette (se mi avessero presentato un mignon, mi sarei leggermente alterata), così come l'aspetto craquelé. La panna è onestamente una delle migliori abbia mai provato in vita mia: dolce ma non stucchevole, ha una consistenza quasi cremosa, la finisco in men che non si dica. Quando arriva il momento di addentare il primo guscio di meringa, le aspettative sono molto alte, ma vengono in parte deluse: si raggiunge sì la sufficienza, ma niente di più.



La meringa è cotta al punto giusto, forse è leggermente troppo asciutta, un dettaglio trascurabile; mi delude invece un indefinibile retrogusto amarognolo, che la rende giusto mangiabile.


L'assistente, lungi dallo svolgere il suo compito, ha trascorso tutto il tempo con lo sguardo perso nel vuoto, a causa di un sonno potente ed improvviso. Di solito, dopo pranzo B si fa le sue due orette di nanna, ma oggi era agitatissima (quando l'ing è a casa, quindi nel fine-settimana, lei è tutta galvanizzata), ha dormito poco e male; il risultato è stato occhioni sgranati, espressione mesta e ciuccio ben saldo in bocca.
Il primo tentativo della missione è fallito, senza ombra di dubbio, ma siamo solo all'inizio, quindi rimanete in attesa del prossimo caso. E ricordate: una meringa, seppur imperfetta, è una carezza emotiva (motivo per cui ne avrei presa volentieri un'altra)!

[1] Se solo penso al mirabolante piano concertato dall'attuale governo per risollevare le sorti della scuola italiana, mal di stomaco e nausea mi prendono all'unisono. E' evidente che gli unici criteri usati per stilarlo siano stati solo ed unicamente economici, altrimenti non si sarebbero raggiunte certe vette di scelleratezza. Una categoria come quella dei precari (oh, gente laureata, specializzata, abilitata, con master e corsi di perfezionamento in curriculum, vale a dire con i titoli per insegnare, non persone che hanno deciso di farlo da un giorno all'altro, giusto per avere lo stipendio assicurato), che finora ha retto parte delle sorti della scuola (in alcuni istituti in cui ho insegnato quasi metà del corpo docente era formata da precari), nel suddetto piano non viene nemmeno nominata, quindi il messaggio è chiaro: voi non esistete. In compenso, nelle scuole ci si ritroverà con una classe insegnante sempre più vecchia (sapete l'età media di coloro che hanno un contratto a tempo indeterminato, vero?), con classi sempre più numerose, che trascorreranno meno ore a scuola, e questo non potrà non portare ad un peggioramento del già preoccupante livello di istruzione.

[2] L'idea iniziale era quella di specificare il nome e il luogo delle pasticcerie che visiterò, ma preferisco evitare qualsiasi problema di privacy. Per chi fosse interessato a conoscere i dettagli, mi mandi un messaggio qui su Splinder o una mail e io provvederò a colmare il vuoto di notizia.
[3] Non so come sia successo, ma ho perso velocemente i 10 chili accumulati durante la gravidanza. Rimangono questi due chiletti accessori, ma sto ancora allattando quindi non c'è fretta.
[4] D'ora in poi B avrà il ruolo di assistente :)
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mercoledì, ottobre 01, 2008
Chi ha la memoria buona ricorderà come un tempo la sottoscritta scriveva alacremente lunghi post dedicati alle sfilate di moda, seguendo come una formichina quel che succedeva a Milano e a Parigi. Questo non avviene da diverso tempo: ci si dedica ad un unico e solo defilè, che sicuramente riserverà sorprese ed innovazioni difficilmente reperibili altrove. Che io sia una Balenciaga addict e che il defilè in questione sia appunto quello di Balenciaga, è assolutamente incidentale!
Prima di farvi avere il mio parere sulla collezione p/e 2009, facciamo un salto nel passato, all'inizio della carriera del bel Nicolas: approdato alla maison parigina con il compito di disegnare mini-collezioni destinate al mercato asiatico (a sua detta, il peggior lavoro che gli poteva capitare), viene notato dai suoi superiori e in men che non si dica diventa il direttore artistico. Nel 2001 la stella di Ghesquière è più fulgida che mai, come dimostrano gli innumerevoli servizi fotografici dedicati alla collezione p/e di quell'anno; tra questi, il più controverso e ribelle è senz'altro 'Playmates à la Mode' [1], realizzato da Mario Sorrenti e pubblicato sul mensile statunitense 'W' (numero di gennaio). Il fotografo italiano, partendo da una collezione peculiare, che mescola volant e plumetis con un'attitudine post-atomica e punk (i suddetti volant erano stracciati), decide di farla indossare non alle solite modelle, bensì a delle playmate, che delle suddette modelle sono probabilmente la nemesi. Il servizio provoca molte critiche alla rivista, mentre io ritengo sia semplicemente geniale: affidare a delle bellezze prorompenti il compito di presentare abiti dal design a volte ostico, così in bilico tra romanticismo e distruzione, è stata una scelta controcorrente, originale e - a conti fatti - del tutto riuscita.



Alla luce della fotografia di moda degli ultimi anni (e non mi riferisco solo agli exploit di Terry Richardson), che pare aver definitivamente sdoganato un approccio visivo simile al porno, questi ritratti hanno un che di delicato e di ingenuo, che contrasta con il fisico delle modelle (come nel caso dell'immagine qui sopra, di Brooke Berry, miss Maggio 2000).



Saltano ovviamente agli occhi i tratti esagerati come in una caricatura - questo è quanto mai vero nell'immagine qui sopra, che ritrae Miss Febbraio 2000, Suzanne Stokes - eppure ogni scatto riesce a comunicare un'umanità profonda, che va al di là dell'ingombrante corporeità di ciascuna playmate. Penso sia interessante far notare come forse l'intento iniziale era quello di farle posare come bambole in carne ed ossa (non sono forse questo, le playmate, nell'immaginario maschile? tanto che il loro stesso nome contiene il verbo 'to play', giocare), ma il risultato è molto diverso da quello atteso. Queste donne, lungi dall'essere vittime del proprio corpo e del proprio lavoro, si pongono con dolcezza, ma al tempo stesso con sicurezza e indomabilità, di fronte all'obiettivo, quasi a voler sottolineare che, in fin dei conti, sono loro che comandano.



Dal punto di vista prettamente tecnico, gli scatti sono dei semplicissimi ritratti su fondo neutro. A parte l'immagine qui sopra (lei è Kerissa Fare, Miss Settembre 2000), dove compare uno sgabello, negli altri casi non ci sono prop, la scena è tutta occupata dalle playmate. E' altresì utile notare come non siano presenti tutti gli elementi che, nell'immaginario comune, caratterizzano le conigliette di Playboy: quello che risulta è piuttosto raffinato e sensuale. Qui sotto sono ritratte Jodi-Ann Paterson (Playmate 2000), Stacy Fuson (miss Febbraio 2000) e Nicole Marie Lenz (miss Marzo 2000).



Come di consueto, ecco gli abiti indossati dalle playmate, così come sono apparsi sulla passerella. Quello indossato da Kate Moss (nella sua fase di capelli biondi e corti) è lo stesso indossato dalla seconda playmate, eppure l'effetto è completamente diverso, non solo per la diversità dei fisici. Su Kate l'abito acquista una valenza dinamica e moderna, mentre sulla playmate viene messo in evidenza il lato frivolo e romantico.
 


Dopo essermi metaforicamente tolta un sassolino dalla scarpa (il servizio di Sorrenti, o meglio, la sua irreperibilità, era ormai diventato un'ossessione), torniamo al presente e vediamo cosa ha mandato in passerella Ghesquière per la stagione p/e 2009. Da diversi anni il designer francese ha sottolineato il suo interesse a recuperare linee disegnate dal suo illustre predecessore, e anche stavolta si sente fortissimo l'influsso di Cristobal Balenciaga, anche se, a primo acchito, non si direbbe. Il rigore di certe creazioni degli anni '60 era già stato inserito nella collezione a/i 2005/06, ma qui si sente in misura ancora maggiore. Il mood è senz'altro tra lo spaziale e il futuristico, quindi potremmo ipotizzare echi di altri designer famosi negli anni '60 (primo tra tutti, Andrè Courrèges, che per Balenciaga fece il tagliatore), dai quali Ghesquière prende spunto per disegnare capi modernissimi ed eccentrici.



Basta dare un'occhiata alla prima uscita (affidata a Natalia Vodianova) per capire come le atmosfere noir della precedente collezione siano state spazzate via: qui dominano i colori tenui, le tinte pastello polverose, i tessuti iper-tecnici, fascianti, illuminati da lurex e glitter, impreziositi da paillettes multicolori. L'abito indossato da Natalia, su cui campeggia un elemento decorativo quasi a forma di cuore, è appunto dominato dal drappeggio (su spalle e decollète), che viene accostato alle linee pulite della gonna leggermente scampanata. Il secondo abito presenta un fitto drappeggio sulle spalle, messo in contrasto alla linea a sacchetto. Da notare come entrambe le modelle portino legging luccicanti con scarpe incorporate (le scarpe hanno tacchi conici) e lunghi guanti in colori neutri, che coprono completamente mani e braccia (anacronistico moto di pudore o riedizione della tuta spaziale?).



Linee estremamente semplici e private di qualsiasi orpello caratterizzano i due completi qui sopra, formati da giacchine scampanate, con maniche a tre quarti e polsini sottolineati da paillettes. In entrambi i casi, sono impiegati tessuti trasparenti doppiati e compare per la prima volta un  motivo a rettangoli (ricorrente nella collezione), ottenuto con stampa a laser, che funge da elemento decorativo e funzionale (nascondere l'abbottonatura).



I pantaloni dalla valenza tecnica, con allacciatura laterale sul fondo e applicazioni di tessuto matelassè sui fianchi, vengono portati con splendide giacche dalle spalle rotonde, fittamente ricamate a paillettes nei tenui colori dell'arcobaleno, seguendo uno schema che ricorda il tessuto madras. Giusto un commento poi sulla chioma rosa della modella nella foto a destra: era ora che qualcuno si ricordasse di portare in auge quanto sfoggiato da Gwen Stefani negli anni '90.



Simili a uniformi i capi qui sopra, appena ingentiliti da decorazioni tondeggianti, create da tagli ed impunture: l'abito bianco ha una linea ad 'a' e maniche con cut-out, mentre la blusa senza colletto è indossata con pantaloni neri attraversati da una riga a contrasto, segnati in vita da bordo irregolare e cintura a nastro.



Gli abiti da sera, tutti corti, propongono l'uso esteso di ricami con paillettes, a cui si aggiungono scollature profonde e qualche balza; la verve di queste caratteristiche viene smorzata dalla presenza di legging opachi e magliette aderenti che coprono tutto il braccio, mano compresa.
Sono sicura che questa collezione verrà poco compresa ed apprezzata (lo stesso è avvenuto con quella della stagione p/e  2007, con la quale ha molti punti in comune), ma è innegabile come tutte le innovazioni, anche le più temerarie, di Ghesquière si siano poi trasformate in eccellenti successi commerciali, rivisitate e domate più volte da altri stilisti e dall'abbigliamento low-cost. Se è vero che l'imitazione è un segno incontrovertibile del successo, direi che il bel Nicolas non avrà di che lamentarsi.

[1] Ho fatto di tutto per reperire una versione digitale del servizio, ma alla fine mi sono dovuta arrendere. Avendo sotto mano questo splendido volume, ho fotografato velocemente quel che mi interessava, ma la qualità del risultato non è un granchè. A dirla tutta, non sono nemmeno sicura che il servizio sia tutto qua. Lo stesso vale per le immagini tratte dal defilè p/e 2001. A volte sembra che Internet seppellisca molto velocemente il passato anche recente.
Postato da: superqueen alle 00:36| | p.link

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