Pur essendo appassionata del cinema in toto, devo ammettere che alcuni film [1] mi attraggono più rispetto ad altri per una questione puramente estetica. A volte, infatti, tanta è la forza della comunicazione affidata alle immagini, che la trama, la recitazione e la colonna sonora passano in secondo piano. 'Bella di Giorno', film di Luis Buñuel che lanciò, nel 1967, la stella di Catherine Deneuve nel panorama internazionale, è senz'altro tra questi. Basato su un romanzo di Joseph Kessel, narra la storia - sospesa tra sogno e realtà - di Séverine, bellissima e rispettabile moglie di un medico, la quale trova in una casa di appuntamenti la realizzazione delle sue pulsioni più profonde. Ricco di riferimenti al sesso come terapia liberatoria (sesso nelle sue accezioni più varie, dal sadismo ad una sorta di necrofilia), è un film complesso ed affascinante, in cui le immagini, caricate di simbolismo, dicono più delle parole.
Il film, premiato con il Leone d'Oro al Festival del Cinema di Venezia, ha molto influenzato l'immaginario collettivo, tanto da essere stato recentemente preso come spunto dal gruppo britannico dei Garbage [2] per il video 'Tell Me Where It Hurts', diretto da Sophie Muller.
Grazie ad uno stile molto influenzato dal cinema, la Muller rende benissimo alcune atmosfere presenti nel film, pur cambiando la trama del video e sviluppando concetti lasciati sottaciuti in 'Belle de Jour'. Importantissimo rimane il ruolo affidato ai colori [3], tramite cui la protagonista esprime i propri stati d'animo: nella scena d'apertura del film (sequenza che poi scopriremo essere onirica), Séverine e il marito (interpretato da Jean Sorel) fanno una passeggiata in carrozza; lei indossa un cappottino rosso dai grandi bottoni dorati. Rosso è anche il cappottino indossato da Shirley Manson, la 'bella di giorno' del video, nel momento in cui si reca, per la prima volta, nella casa d'appuntamenti in cui inizierà a lavorare.
Il video si apre con un evento (la protagonista giunge alla casa d'appuntamenti) che nel film si colloca più avanti: in quell'occasione, Catherine Deneuve indossava un altro cappottino, nero stavolta, cappello e grandi occhiali neri, per celare la propria identità da sguardi indiscreti. Anche Shirley Manson indossa un capo simile, quando incontra, in un bar, colui che diventerà il suo amante; per lei niente cappello, ma un elegante foulard bianco e nero e una borsa 'Downtown' di Yves Saint Laurent in vernice nera [4].
Momento topico del film è il finale, in cui vediamo Pierre, marito di Séverine, condannato ad una sedia a rotelle, dopo essere stato colpito da Marcel, giovane e violento cliente della moglie, di cui è pazzamente innamorato. La donna, compassata anche nel dolore, indossa un bellissimo abito nero con colletto e polsini bianchi, straordinariamente elegante nella sua estrema semplicità. Lo stesso abito (senza polsini candidi) viene indossato anche nel finale del video, in cui sulla sedia a rotelle troviamo il giovane amante di Shirley.
I riferimenti al film certo non si fermano a qualche abito, alla trama e all'atmosfera generale, perchè anche i dettagli sono rivelatori: Madame Anais, la tenutaria della casa d'appuntamenti in cui lavora Séverine, offre delle ciliegine sotto spirito alla sua nuova 'ragazza' e le stesse ciliegine, contenute addirittura in bicchieri dalla foggia uguale, sono presenti anche nel ricco buffet che più volte compare nel video.
Tra i simboli più forti del film ci sono le scarpe indossate da Séverine, semplici ballerine in vernice nera con grande fibbia rettangolare [5], spesso inquadrate nel corso del film. Nel video dei Garbage, le ballerine di Vivier sono sostituite da un più moderno paio di stivaletti alla caviglia con tacco a stiletto di Christian Louboutin, sempre in vernice nera, un materiale che rievoca stile bon-ton e toni più aggressivi. La Muller inoltre ha reso omaggio alla pellicola originale riproponendo una specifica inquadratura in cui l'attenzione si concentra sulle scarpe della protagonista, mentre si trova sulle scale che la conducono verso la casa d'appuntamenti.
La genialità della Muller non sta solo nell'aver colto i tratti salienti della pellicola di Buñuel, ma anche nell'aver sviluppato alcuni momenti e temi non direttamente presenti nel film, lasciati, per volontà del regista, all'immaginazione degli spettatori. Dal film emerge come Séverine venga maltrattata da alcuni clienti, nell'atto di realizzare certe fantasie erotiche; unica eccezione è Marcel, il giovane che si innamora di lei, il quale dimostra la propria passione in maniera spesso violenta (in una scena la vuole picchiare a cinghiate).
Scene di violenza vera e propria però non ce ne sono; è su questo che interviene la Muller, la quale ritrae Shirley con un occhio nero (in una delle sequenza più intense del video, girata al buio con camera ad infrarossi) o mentre viene calpestata dal pesante stivale del suo amante (anche Marcel, nel film, usa stivaletti di questo tipo).
Il risultato di questa attentissima lettura critica del film francese è piacevole ed interessante, raro esempio di video musicale non fine a se stesso, non unicamente concentrato sulla canzone o sui cantanti che 'pubblicizza', ma una sorta di cortometraggio il cui valore è senz'altro più elevato rispetto a quanto passa solitamente sui canali musicali.
[1] Tra questi, 'In the Mood for Love' di Wong Kar Wai, 'Marie Antoinette' di Sofia Coppola, 'L'année dernière à Marienbad' di Alain Resnais e 'Life Without Zoe' di Francis Ford Coppola.
[2] A quanto pare, anche la canzone 'Lover's Box', contenuta nell'album di esordio dei Garbage, trae ispirazione dal film di Buñuel.
[3] Non dimentichiamo come il fascino distaccato della Deneuve, nel film, sia amplificato dalle mise disegnate per lei appositamente da Yves Saint Laurent.
[4] Lo stesso modello di borsa, in rosso, compare nella sequenza iniziale del video.
[5] Queste calzature, ideate da Roger Vivier, presero il nome proprio dal film di Buñuel e divennero, da allora, segno di un'eleganza misurata e raffinata.
Porta sempre una certa soddisfazione la consapevolezza che 'What Is in My Bag?', il reality show borsifero di questo blog, è seguito da diversi lettori e che molti di coloro che vi hanno contribuito in passato, tornano con nuovi acquisti e nuovi contenuti. Ad una borsa di Margoot avevamo già dedicato una puntata l'anno scorso, ma torniamo volentieri a dedicargliene un'altra, vista l'interessante acquisizione.
Trattasi di una borsa Miu Miu, modello 'Gathered', molto capiente, caratterizzato da un'importante arricciatura (da cui il nome del modello), da doppi manici e tracolla, che la rendono particolarmente versatile. Altrettanto particolare è il colore, un grigio leggermente metallizzato con sfumature rosa ed argento.
Margoot, al momento dell'acquisto, stava cercando una borsa nera, ma si è innamorata di questa nuance appena l'ha vista; di conseguenza, non ha esitato ad optare per questa, presto rivelatasi perfetta, visto che si abbina praticamente con tutto.
Passando al contenuto della borsa, molte cose - già viste nella puntata precedente - sono presenti anche qui, ma non mancano le novità, quindi andiamo a vederle insieme.
Da sinistra a destra:
- pochette Louis Vuitton in 'Monogram Canvas', per radunare e tenere separate dal resto tutte le cosine necessarie nelle emergenze (emergenza zanzare, emergenza mal di testa, emergenza capelli sconvolti [elastico+forcina], emergenza unghia spezzata di brutto);
- libro relax: "Buon compleanno Ally!" di Sheila Norton (l'autrice di 'Colf per caso', che Margoot ha letto con piacere l'estate scorsa);
- cellulare del lavoro Nokia 7360 Pink con porta cellulare H&M;
- cellulare personale Motorola, con cui Margoot non si trova molto bene;
- portamonete 'Zucca' di Fendi;
- lipgloss Sephora;
- portafogli, sempre in monogramma di Fendi;
- chiavi di casa (con portachiavi Louis Vuitton in 'Monogram Vernis') e della macchina;
- pastiglie di Magnesia nel porta- pastiglie e gomme;
- bustina Sephora che contiene tutto il necessario per le lenti a contatto;
- bustina 'Lip Gloss Bitch' per i vari lucidalabbra;
- chiavi del negozio;
- occhialoni dalla forma vintage;
- agenda rossa e penna.
Anche questa borsa, come la precedente, rivela la personalità della sua proprietaria: rimane invariata l'abitudine di organizzare in maniera precisa e razionale quello che si vuole portare con se quotidianamente, anche grazie all'uso di bustine, in cui conservare gli oggetti per 'area di appartenenza' (il necessario per le lenti a contatto, i lip gloss). Trovo poi molto interessante la varietà e la personalizzazione del contenuto: ogni cosa ha sì una sua funzione pratica (non troviamo infatti oggetti 'vuoti' di significato), ma rispecchia lo stile - un po' vintage e molto femminile - della nostra protagonista, come dimostrano le forme spesso arrotondate che caratterizzano, ad esempio, il telefono cellulare rosa, gli occhiali, il porta-pastiglie.
Per concludere, vi lascio due splendide immagini, regalo del nostro 'corrispondente' dalla Capitale, che ritraggono alcune tra le ultime creazioni di Miu Miu (giusto per rimanere in argomento).
Pelle di struzzo nei toni del rosa e del grigio polvere per la borsa a bauletto, la pochette e il portafoglio (non oso immaginare quale possa essere il prezzo di tali meraviglie), mentre satin rosa pastello per le decollète dal tacco a spillo, elegantemente aperte e sagomate nella parte interna. In questo periodo non ho proprio voglia di portare i tacchi, ma - diamine - scarpe come queste le indosserei anche solo per stare seduta in salotto!
Un dilemma che da tempo riguarda la fotografia di moda (e la fotografia in generale) è la definizione di quello che è volgare e osceno e quello che, invece, non lo è. Questo tipo di discussione è stato dibattuto infinite volte, in relazione a molti artisti, 'accusati' di mettere in scena, attraverso i loro scatti, situazioni sconvenienti e destabilizzanti. Ora, partendo dal presupposto che la volgarità è un concetto quanto mai soggettivo (specie negli ultimi tempi) e che quindi sia praticamente impossibile 'chiuderlo' in una definizione, ciclicamente il dilemma torna, i dibattiti si infiammano, finchè tutto viene dimenticato, in attesa di un nuovo, scottante 'caso'.
Un protagonista di spicco del panorama culturale degli ultimi anni è Tom Ford, ex-fotomodello (e frequentatore dello 'Studio 54') di origine texana, indimenticato direttore creativo per le maison Gucci e Yves Saint Laurent fino al 2004, ora designer di occhiali, di abiti per uomo e creatore di profumi. Stilista dalla personalità fortissima e determinata, Ford è stato non solo in grado di dare nuova verve ad una casa di moda (Gucci) sull'orlo della crisi finanziaria, ma ha saputo imporre un tipo di comunicazione rivoluzionario e controverso.
Molte campagne-stampa ideate da Ford, sia per Gucci, ma soprattutto per i profumi Yves Saint Laurent, sono state oggetto di fortissime critiche, incentrate, come dicevamo, attorno al concetto di 'volgare'.
Tutto ebbe inizio nel 2000, anno in cui Ford prese le redini di Yves Saint Laurent, rivoluzionandone l'immagine. Per la campagna-stampa del profumo 'Opium', profumo da sempre legato ad un immaginario opulento e decadente (negli anni furono testimonial NastasiaUrbano, Linda Evangelista, KateMoss, Natalia Semenova e Maria Carla Boscono), Ford scelse la modella britannica Sophie Dahl, facendola ritrarre nuda (salvo un paio di sandali dorati) su una distesa di velluto blu. Ebbene, questo scatto (bollato come 'osceno') causò moltissime critiche, tanto che la versione tabellare venne ritirata dal suolo britannico.
Nel 2004 la storia si ripetè, nel momento in cui Ford scelse il modello Samuel de Cubber per pubblicizzare il profumo 'M7'. Il risultato furono delle immagini ancora più controverse e censurate rispetto a quando era avvenuto con 'Opium'. Ispirandosi ad un celeberrimo scatto di Jeanloup Sieff del 1971, che ritraeva un giovanissimo Yves Saint nudo, Ford volle ritrarre il modello francese altrettanto nudo, ma in maniera integrale. Lo stilista si difese dal fuoco di fila a cui venne sottoposto dicendo che il profumo va indossato sulla pelle, quindi perchè nascondere il corpo? Aggiunse inoltre che il nudo era stato ritratto in maniera classica, accademica, quindi lo scandalo non esisteva. I detrattori, ovviamente, la pensavano diversamente e fecero ritirare in molte nazioni anche questa campagna-stampa.
Pure il francesissimo 'Paris' (di cui Lucie la Falaise era stata per anni testimonial) venne sottoposto alla 'cura Ford': venne scelta la modella Anna Eirikh, enigmatica e quasi androgina, per una campagna-stampa (che comprende altredue versioni) forse meno criticata rispetto alle precedenti, ma che comunque fece parlare di sé. Senza ombra di dubbio, i punti di riferimento della clientela di vecchia data dei prodotti Yves Saint Laurent erano stati completamente sovvertiti, in favore di un'immagine più moderna e complessa.
Nel 2004, con la dipartita di Tom Ford, le due case di moda vennero affidate rispettivamente a Frida Giannini e a Stefano Pilati, ma il tocco unico di Ford non tardò a farsi nuovamente sentire, ancora nell'ambito dei profumi.
Nel 2006 venne lanciato 'Black Orchid', profumo lussuoso sin dal packaging e dal flacone in vetro nero, caratterizzato da una campagna-stampa dalla raffinatezza inaudita. Testimonial fu Julia Restoin-Roitfeld, figlia della più nota Carine Roitfeld, direttrice di 'Vogue France', nonchè mentore dello stesso Ford: Julia venne ritratta come l'eroina di un film noir anni '40. La giovane, adagiata tra pellicce e lenzuola di raso, veste un abito in seta color crema, decorato da pizzi; labbra e unghie scarlatte sottolineano il fascino da diva dei tempi andati. Nonostante le apparenze, però, le polemiche erano dietro l'angolo, per scoppiare all'uscita di 'Tom Ford for Men', ultima creazione profumiera del vulcanico Tom.
Dopo alcuni scatti 'tiepidi' realizzati dalla fotografa Marilyn Minter, Ford ha voluto provare ad affidarsi a Terry Richardson e il risultato della collaborazione è palese: immagini forti, sexy e aggressive, fino ovviamente a declinare verso il porno-soft (come da tradizione). Questa donna senza volto, dal corpo oliato e unghie scarlatte, è la 'vetrina' su cui viene di volta in volta posizionato il flacone di profumo, in zone sempre più 'pericolose'. La polemica è subito divampata in ogni dove, come previsto: la campagna è stata accusata di volgarità e di oscenità, in quanto userebbe il corpo femminile nudo come oggetto commerciale (questo è ormai un classico). Nonostante tutto, però, molti magazine internazionali stanno acquistando la campagna (probabilmente gli scatti meno osè), che sarà visibile sui giornali alla fine di questo mese.
Ora, il discorso è questo: al di là dell'impatto mediatico delle immagini, quello che viene messo in discussione è il concetto di volgare e di osceno, reso quanto mai attuale in un mondo in cui il confine tra pubblico e privato, tra apparenza e sostanza, sta definitivamente scomparendo. Personalmente, trovo queste immagini sì audaci, ma non volgari, in quanto sono convinta che la volgarità, di questi tempi, sia altrove, non certo in due seni che stringono un flacone di profumo.
Tutto si può dire del duo formato da Stefano Dolce e Domenico Gabbana, ma non che non abbia insito il gusto del sarcasmo e dell'originalità. Dalla prima apparizione sulle scene della moda milanese, nel 1985, i due si sono distinti per scelte stilistiche eccentriche e lungimiranti, ma anche per una 'politica dell'immagine' molto aggressiva (indimenticabile la rilettura dell'iconografia siciliana nelle prime campagne-stampa e negli spot per i profumi 'Sicily' e 'Dolce & Gabbana'), che li ha presto portati non solo a riscuotere un immenso successo commerciale, ma li ha fatti diventare simboli, nel bene e nel male, della loro stessa moda.
Dopo anni di collezioni tutte giocate sull'instabile equilibrio tra eleganza e cafonaggine (di cui sono esempio molte mise sfoggiate da Simona Ventura durante il lunghissimo sodalizio con D&G), per l'autunno/inverno 2007/2008 i due hanno presentato una serie di abiti perlopiù importabili, splendidi però dal punto di vista dell'impatto estetico. Le immagini che pubblicizzano la collezione sono state realizzate dal controverso Steven Klein, che da tempo collabora con il duo (suoi sia il servizio 'Secret Ceremony', apparso sul mensile statunitense 'W', che la campagna-stampa accusata di sessismo).
Le protagoniste delle immagini sono Coco Rocha, Vlada Roslyakova, Kasia Struss e Georgia Frost, modelle dall'aria algida ed altera, immerse in un'ambientazione ibrida, tra hi-tech e ottocentesche pareti imbottite. L'illuminazione proveniente dall'alto mette in risalto non solo i mille bagliori degli abiti (realizzati in maglia di metallo, tempestati di cristalli o segnati da altissime cinture-bustino in metallo), ma sottolinea anche la composizione dei corpi.
Le modelle non sono le uniche 'attrici' in scena. Con un capovolgimento di situazione, Dolce & Gabbana hanno deciso di ritrarle come sadiche castigatrici (con tanto di frustino) di uomini, muscolosi e completamente sottoposti alla loro volontà. Nessuno ha parlato di sessismo in riferimento a queste immagini, probabilmente perchè, in una società ancora omocentrica come la nostra, quattro modelle che 'maltrattano' dei bellimbusti non fa chissà quale effetto.
Tra i capi più suggestivi della collezione, ci sono sicuramente i tubini realizzati in materiale metallizzato e goffrato (uno di questi è stato indossato da Michelle Yeoh all'ultima Mostra del Cinema di Venezia), segnati in vita da cinture-bustier. Bellissimo il contrasto tra rosso ed argento della prima immagine, ma molto suggestivo (per quanto più 'piatto') anche quello tra oro e argento, che domina invece nella seconda immagine.
Sembrano arrivare dal guardaroba di una ballerina classica i due soprabiti in questa immagine: soprattutto il cappottino bianco a sinistra, decorato da piume bianche e ricoperto da tulle nero, con la sua linea pouffant potrebbe diventare un perfetto costume di scena per una novella Odette.
Il contrasto tra nero e argento, infine, è presente nella composizione qui sopra: le modelle 'minacciano' con dei frustini i due bellimbusti (secondo i canoni D&G, non potevano non indossare le classiche mutande con elastico in vita), il cui volto è coperto da magliette che sono sul punto di togliere.
La campagna-stampa della collezione maschile è molto diversa rispetto alla precedente (l'ambientazione, ad esempio, è marcatamente hi-tech, attraversata da pannelli di vetro smerigliato e da condotture metalliche), eppure condivide un dettaglio fondamentale: la presenza, enigmatica, di una donna tra molti uomini. Rispetto alle immagini precedenti, il ruolo tra uomo e donna non è capovolto, anzi, rimane apparentemente lo stesso, per lo meno nella foto qui sopra. L'uomo steso a terra, nudo, assume chiaramente una posizione di subordinazione, non tanto nei confronti dei suoi compagni (vestiti di tutto punto), quanto in quelli di una troneggiante Vlada Roslyakova, le cui straordinariamente lunghe gambe trovano eco nel frustino appoggiato ad un fianco.
Bellissima, infine, questa immagine, al centro della quale si trova Hye Park, modella asiatica dal volto misterioso. La posa assunta dalla modella, le espressioni perplesse o impenetrabili di coloro che le stanno alle spalle, il contrasto tra l'eleganza delle giacche da uomo e la tuta da astronauta, sono dettagli che aiutano a dare all'insieme complessità e fascino.