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martedì, luglio 24, 2007


Domani la sottoscritta e l'ing partiranno alla volta della Calabria. Non dico nemmeno che saranno ferie, visto che verremo catapultati in una situazione di grave lutto familiare (mia nonna ci ha lasciato proprio oggi; la cosa che mi dispiace di più è che non farò nemmeno in tempo ad essere presente al suo funerale), ma facciamo finta che cambiare aria ci farà bene. Salvo imprevisti, riprenderò a scrivere su queste pagine i primi di agosto. Nel frattempo buone vacanze a chi potrà approfittare di qualche giorno libero. Un abbraccio a tutti.

Fonte dell'immagine: Sugarlime @ Flickr.
Postato da: superqueen alle 11:18| | p.link

lunedì, luglio 16, 2007
Dopo aver elegantemente impacchettato e reso 'popolare' il culto della chirurgia estetica, la premiata ditta Meisel-Sozzani propone una lettura di un altro segno dei tempi, ovvero il ricovero in clinica di disintossicazione, tappa attraverso cui passano sempre più le celebrities, specie se molto giovani. La realtà, già di per sè spettacolarizzata attraverso la sovraesposizione mediatica, viene passata attraverso il filtro della moda: nella finzione del servizio fotografico, apparso sulle pagine di 'Vogue Italia' di luglio 2007, le modelle più famose (da Missy Rayder a Sasha Pivovarova, da Guinevere Van Seenus a Agyness Deyn) vengono ricoverate in una clinica di disintossicazione; il risultato è disturbante e carico di messaggi che ritengo molto pericolosi.



L'immagine di apertura parla chiaramente, essendo una 'citazione dotta': la modella Missy Rayder viene ritratta nell'atto di scendere da un'automobile, indossando una ricca pelliccia bianca ma senza biancheria intima (più avanti analizzeremo meglio questo scatto). Il riferimento è ovviamente alla 'mania' di molte star (quasi tutte sono finite in riabilitazione, fatalità) di lasciare a casa le mutande e di farsi ritrarre così dai paparazzi che le inseguono ovunque. Ennesimo tentativo di mettersi in mostra e di far parlare di se o innocente dimenticanza?



La clinica nella quale sono state realizzate le immagini del servizio assomiglia più ad un istituto psichiatrico che non ad un luogo in cui si curano dipendenze di diverso tipo. Il riferimento cinematografico di Steven Meisel è evidentemente l'ospedale di Claymoore, dove è ambientato il film 'Girl, Interrupted' di James Mangold. La volontà di riproporre l'atmosfera claustrofobica e 'malata' del film, però, ha indotto Meisel a compiere un errore di valutazione e di interpretazione: la cura di una dipendenza è ben diversa dalla cura di una malattia mentale, equiparare le due cose è decisamente fuorviante. Le modelle sono magrissime pazienti di lusso, vestite all'ultimo grido, che partecipano annoiate e con la sigaretta perennemente in mano alle sedute collettive di analisi. Nonostante il desiderio di 'prendere in giro' la mania della riabilitazione, certamente obiettivo primario di Meisel, il risultato è un messaggio pericoloso, specie per le nuove generazioni, le più fragili e più sensibili al culto dell'immagine: andare in rehab sembra essere una tappa forzata del cammino che porta alla notorietà e quindi un'azione del tutto giustificata e alla moda.



La stanza da bagno qui sopra rievoca una scena molto famosa del film di Mangold: le modelle sono immerse in vasche di antica foggia, mentre alcune infermiere le controllano. Compaiono anche altre compagne, di nero vestite, intente a leggere, spettatrici di un'abluzione di che di purificante ha ben poco: non è un controsenso, infatti, che molte delle protagoniste del servizio, pur in rehab, continuino a fumare, come avviene in questo scatto? Curare una dipendenza e permetterne un'altra è ipocrita e controproducente, ma evidentemente così funzionano le cose in certi luoghi di cura.



Quanto mai disturbante è l'immagine che vediamo qui sopra: due modelle, emaciate al limite della malattia (non penso abbiano perso peso per esigenze lavorative), vengono trascinate lungo un corridoio da alcuni infermieri, non capiamo esattamente in preda a quale disturbo: mancanza di qualche sostanza psicotropa o preoccupante debolezza psico-fisica? Come se non bastassero le scene asettiche e disturbanti già viste, Meisel vuole ammantare il proprio servizio fotografico di un'aura quasi documentaristica, rifacendosi in maniera incontrovertibile a personaggi del mondo dello spettacolo che hanno vissuto in prima persona l'esperienza della riabilitazione, con risultati più o meno confortanti.



Colei che probabilmente è il simbolo di questo fenomeno è Britney Spears, una delle popstar più famose del pianeta, colei che ha letteralmente cambiato il volto del pop con la propria immagine da Lolita sexy. Negli ultimi anni abbiamo assistito però non solo alla sua ascesa, ma anche alla sua inesorabile caduta. Le immagini di Britney Spears senza biancheria intima, scattate durante le mille scorribande notturne al fianco di Paris Hilton, hanno fatto il giro del mondo: su quelle immagini e su quella mancanza sono stati versati fiumi di inchiostro, dando origine a riflessioni e crociate moralistiche che lasciano il tempo che trovano. Meisel non poteva lasciare da parte questo momento topico di (sub)cultura moderna, ecco quindi che nel servizio fotografico (ne è un esempio l'immagine di apertura) molte sono le scene di modelle ritratte senza mutande. Più che esplicita quella qui sopra, la cui protagonista, Missy Rayder, ha a disposizione solo un bicchiere per coprire le proprie parti intime.



Il momento che più ha segnato la caduta definitiva di Britney Spears è stato senz'altro il radicale taglio di capelli che si è autoimposta, scena che ha del tragico ma che è stata prontamente ripresa dalle telecamere di mezzo mondo. Meisel non ha tralasciato nemmeno questo, dandone una lettura all'interno di 'Supermods Enter Rehab': cambia il setting (non un salone di parrucchiere, ma un asettico bagno tutto piastrellato di bianco), cambia ovviamente la protagonista, ma non la sostanza. Un gesto che personalmente ho letto come un estremo grido d'aiuto (rasarsi i capelli è da sempre simbolo sì di ribellione, ma anche di morte-rinascita, dell'incapacità di accettare la propria condizione o il proprio destino) è stato immediatamente spettacolarizzato (in maniera anche depravante), tanto da essere preso come modello in un servizio di moda.




Anche i comportamenti della Spears post-riabilitazione non sono stati molto rassicuranti, e la foto sulla sinistra ne è una prova: ripropone con perfetta fedeltà, infatti, un'immagine scattata a casa di amici della cantante, impegnata in una posa 'bucolica' da jaune fille en fleur. Meisel non sottace nulla, restituendoci in maniera più o meno fedele il possibile cammino pre- e post-riabilitazione di una celebrità.




Quello che infine trovo inutile e del tutto gratuito è l'uso del nudo in molte di queste immagini: i corpi nudi che vengono esposti si inseriscono in una cornice inquietante, disordinata e ben poco positiva, sono essi stessi fonte di inquietudine (le donne sono magrissime, le ossa sporgono dalla pelle, i seni sono quasi inesistenti), quindi mi chiedo quale sia il motivo che abbia spinto Meisel a volerli esporre così tanto, senza che ci fosse - a mio parere - un'esigenza narrativa. Qua non si sta demonizzando il nudo (ricordo ai lettori la mia passione per l'opera, non certo puritana, di Helmut Newton), ma mi chiedo se questa manipolazione del corpo femminile non stia lentamente portando la fotografia di moda verso una china niente affatto positiva.
Il 'Financial Times' ha recentemente additato l'Italia come paese della 'naked ambition' (paese in cui, tradito il femminismo, le donne vogliono arrivare al successo attraverso il proprio corpo), ma purtroppo la questione è molto più complessa. Nel momento in cui la società viene bombardata da immagini che sovra-espongono il corpo femminile, rendendolo un semplice simulacro commerciale, e nel momento in cui le nuove generazioni percepiscono che l'esposizione del corpo e l'utilizzo dello stesso per raggiungere i propri scopi (parliamo pure di mercimonio) sono comportamenti che possono condurre al benessere, vengono meno i concetti di dignità e di rispetto, su cui invece dovrebbe fondarsi la società civile. Che questi messaggi poi arrivino in maniera del tutto ingiustificata da una rivista di moda, mi sembra ancora più grave. La fotografia di moda si basa sì sul culto dell'immagine (necessariamente) ma nel momento in cui si pone l'obiettivo di veicolare messaggi di valenza sociale, dovrebbe farlo con attenzione e sensibilità, qualità che evidentemente mancano alle menti che hanno elaborato 'Supermods Enter Rehab'.
Postato da: superqueen alle 18:07| | p.link

giovedì, luglio 12, 2007
Chi legge da tempo questo blog, conoscerà perfettamente la passione della sottoscritta per le borse, specie per quelle Balenciaga (qui e qui per ripassare velocemente la situazione). Più volte mi è stato chiesto cosa ci sia di così speciale in borse che appaiono sostanzialmente anonime (non hanno loghi in vista, non sono molto diffuse in Italia, non sono riconoscibili ad un occhio non attento), e la risposta è presto data: la qualità eccelsa della pelle e della lavorazione, la gamma dei colori (che comprende i neutri, così come i colori più vivaci e alla moda), l'attenzione per i dettagli e le forme semplici, poco pretenziose, a volte ridotte all'osso, rendono le borse Balenciaga veri e propri oggetti di design, da portare con sè e da usare anche tutti i giorni.
Da qualche tempo, oltre alla classica linea 'Motorcycle' con parti in metallo 'classiche' (borchie e fibbiette in ottone o in metallo color argento anticato), si è fatta largo una nuova linea, quella caratterizzata da parti 'giganti' in metallo: borchie e fibbiette sono realizzate in metallo dorato (la collezione a/i 2007/2008 ha previsto la versione in argento), e le prime sono, appunto, giganti, più grandi del previsto, lavorate a rilievo. L'effetto è molto particolare, può piacere o meno [1] ma di certo non passa inosservato; ovviamente, le celebrities (prime destinatarie delle ultime novità in fatto di accessori) non si sono fatte scappare l'occasione [2] di sfoggiarne alcune. Vediamole insieme:



Nicky Hilton, sorella minore della più famosa Paris, vanta una spaventosa collezione di borse Balenciaga, quindi non ha perso tempo e ha usato, sin dalla sua prima comparsa sul mercato, una 'Giant Work' in 'Anthracite', un grigio molto scuro, quasi nero, attraversato da borchie dorate. La stessa scelta è stata compiuta da Stacy Ferguson, in arte Fergie, front-woman dei Black Eyed Peas.



Mandy Moore, cantante ed attrice di fama oltreoceano, invece, ha scelto una 'Part Time', nella tonalità 'Bleu Glacier', appartenente alla collezione p/e 2007. Questo modello è molto simile alla 'City', si differenzia solo per le dimensioni: è più largo e più profondo, ha i manici e la tracolla leggermente più lunghe.



Si parlava della 'City' ed eccola, in 'Vert Gazon': la proprietaria, qui ritratta in posa 'plastica', è l'ex top-model e fotografa Janice Dickinson, protagonista di 'The Janice Dickinson Modeling Agency', reality show nato sulla falsa riga di 'America's Next Top Model' (a cui la Dickinson ha inizialmente preso parte in qualità di giudice). La 'City' non si differenzia sostanzialmente dalla sua versione classica, a parte gli inserti in metallo dorato.



Altra celebrità che ha scelto una borsa Balenciaga è la pornostar Jenna Jameson (irriconoscibile; ormai il suo peso corporeo è inversamente proporzionale alla quantità di silicone e botulino che il suo corpo contiene). La Jameson ha scelto un modello 'Part Time', nello straordinario colore 'Bleu France', appartenente alla pre-collezione p/e 2007, l'unico ad avere le parti in metallo argentato, anzichè dorato.



Protagonista quasi assoluta dei tabloid nei mesi scorsi, Katie Holmes ha scelto una bellissima borsa Balenciaga (dalla pre-collezione p/e 2007), durante un'uscita pubblica con la piccola Suri, lo scorso 19 marzo, per festeggiare il 'St. Patrick's Day' (non dimentichiamo che Tom Cruise ha origini irlandesi). In perfetto pendant con il kilt verde della figlia, Katie ha sfoggiato una 'Day' in 'Vert Gazon', tonalità tra le più difficili da reperire e per questo tanto più apprezzata e desiderata.



Modello poco amato, la 'Giant Hobo' è stata scelta, in 'Anthracite', dalla modella Jessica Stam, che la indossa con un look aggressivo ma semplice. La 'Giant Hobo' è una borsa da portare a spalla, così come la 'Day': ha una forma morbida, a 'croissant', un piccolo manico e il consueto specchietto cosmetico.



La prima che ha scelto un modello con 'Giant Hardware' è stata l'attrice Cameron Diaz: inizialmente ha optato per una 'Work', e subito dopo ha bissato con una 'Brief' in 'Naturel'; accanto, invece, vediamo Alex Curran (futura sposa di Steven Gerrard, capitano della squadra di calcio del Liverpool), con al braccio una 'Brief' in 'Truffle', bellissima tonalità di marrone nocciola. La 'Brief' è una borsa un po' particolare: ha una forma leggermente trapezoidale, si porta a mano a spalla, e si differenzia dai modelli più noti perchè è disponibile solo nella versione 'con ditali'.
In attesa di conoscere i dettagli della prossima collezione accessori, quale di queste borse vi piacerebbe portare a spasso?

[1] Personalmente, rimango fedele alla linea classica: pur avendo apprezzato l'eccelsa qualità del pellame e la ricchezza dei colori (ho avuto modo di provare una 'Brief' in color 'Truffle', splendida), la nuova linea non mi attira affatto.
[2] Nel novero di coloro che hanno scelto un modello GH, non ci sono Nicole Richie e Lindsay Lohan, tra le maggiori collezioniste di borse Balenciaga. Probabilmente le borchie giganti non hanno sortito, su di loro, l'effetto voluto.
Postato da: superqueen alle 17:08| | p.link

domenica, luglio 08, 2007
Come anticipato, quest'anno la moda italiana ha festeggiato un evento davvero unico, i quarantacinque anni di attività di Valentino Garavani, tra gli stilisti più celebri, geniali e famosi in tutto il mondo. Riassumere in poche parole la vita e la carriera di questo artista, originario di Voghera, sarebbe impossibile, per questo ci sono voluti ben tre giorni (dal 6 all'8 luglio) per ripercorrere con la necessaria attenzione una vita straordinaria. Roma, come per magia, è tornata ad essere quella della Dolce Vita, presa d'assalto da moltissime celebrities come non capitava da tempo.
I festeggiamenti sono iniziati il 6 luglio, con l'inaugurazione, presso il Museo dell'Ara Pacis, della mostra 'Valentino a Roma: 45 Years of Style': attraverso ben 300 abiti e vari materiali d'archivio si sono voluti ricordare i momenti salienti della visione stilistica di Valentino.



Un cubo di plexiglas rosso (colore-simbolo della maison) distingue all'esterno l'esposizione, mentre all'interno una folla di manichini dorati dal collo lungo indossano abiti preziosissimi, omaggiando così nel modo più naturale il loro creatore.



Sempre il 6 luglio, inoltre, presso il Tempio di Venere, si è tenuta una cena di gala, dove sono intervenuti personaggi noti del mondo dello spettacolo e del cinema. Ovviamente tutte le signore hanno sfoggiato capi firmati Valentino, provenienti da collezioni passate; vediamo alcune mise particolarmente riuscite.



La bellezza e l'eleganza della top-model russa Natalia Vodianova sono state più volte decantate su questo blog, e anche stavolta non ci si può esimere dall'indicarla tra le più belle presenze della serata. Accompagnata dal marito Justin Portman, Natalia ha indossato un abito appartenente alla collezione Pret à Porter p/e 2006, caratterizzato da taglio ad Impero, gonna formata da balze sovrapposte, corpino in tulle ricamato a fiori e fascia intarsiata sotto il seno. L'abito, profondamente scollato dietro, è stato accessoriato da Natalia in maniera molto semplice, con una borsina bianca e nera e un bellissimo paio di orecchini pendenti in diamanti e rubini; d'altronde, lei era così raggiante da risultare comunque perfetta.



Un'altra top-model, famosa negli anni '80 e '90, Astrid Munoz, si è distinta per una mise elegante e non urlata. Ha indossato un semplicissimo abito in raso color crema, sorretto da un'unica spallina, impreziosita da una splendida spilla a forma di spiga di grano. Capelli raccolti e decollète argento sono stati gli unici accessori sfoggiati, a cui si è aggiunta anche una macchina fotografica (si intravvede nell'immagine a destra), a dimostrazione che anche per una top-model un evento del genere ha dello straordinario.



Tra gli ospiti più attesi, c'è stata anche Sarah Jessica Parker, giunta in Italia con il marito Matthew Broderick. La prima uscita ufficiale dell'attrice, però, ha destato moltissime critiche, a causa della scelta dell'abito (appartenente alla collezione Haute Couture 2006). Inizialmente, la Parker è apparsa sul red carpet indossando un abito potenzialmente bellissimo, oscurato però da una goffa giacchina stampata a fiori, non donandole affatto e anzi rendendola poco aggraziata e decisamente vecchia. Per nostra fortuna, ha posato per i fotografi senza giacchina, mostrando quindi la bellezza dell'abito, completamente ricamato, con ampia scollatura rotonda, completato da sandali a listini dorati e clutch bag in tinta.
Il 7 luglio ha rappresentato un po' il momento clou dei tre giorni, poichè ha segnato il ritorno di Valentino e della sua collezione Alta Moda a Roma, dopo ben 17 anni di sfilate a Parigi. L'evento è stato presentato presso il complesso di S. Spirito in Sassia, a cui è seguita una blindatissima cena di gala, tenutasi presso il Parco dei Daini, a Villa Borghese, una cornice magica per un evento da Mille e una Notte.
In questa occasione, come è prevedibile, lo sfoggio di abiti preziosi è stato notevole; tra le celebrities che hanno brillato per bellezza ed eleganza, però, segnaliamo Uma Thurman.



L'attrice americana era semplicemente regale nell'abito in pizzo bianco, decorato da balze in chiffon rosa sovrapposte, e da fasce ricamate che si incrociavano sul corpino. Alla ricchezza dell'abito ha fatto da contrasto la semplicità degli accessori (solo un paio di orecchini in diamanti e una borsina da portare a mano), del make-up e dell'acconciatura, morbidamente raccolta, per un risultato davvero notevole.



Elizabeth Hurley ha sfoggiato con nonchalance un abito certamente eccentrico, formato da corpino in tulle completamente ricamato e da una gonna in tulle, tutta a balze. L'effetto meringa, in agguato dietro l'angolo, è stato mitigato dalla grazia dell'ex modella; anche lei ha puntato su accessori semplici (collana pendente in diamanti e orecchini a bottone) e su una pettinatura sciolta ad onde.



Sarah Jessica Parker ha ben pensato di riprendersi dal mezzo faux pas del giorno prima, andando sul sicuro ed indossando un abito nero appartente alla collezione Haute Couture a/i 2006: realizzato in seta, è formato da fasce che si incrociano sul corpino e che segnano il punto vita. Questa volta gli accessori hanno dato un tocco in più all'intera mise: particolare ed eccentrica la spilla in diamanti a forma di mezza luna appuntata sulla spallina, a cui si aggiungono orecchini pendenti e un bracciale rigido. Anche la pettinatura, pur nella sua semplicità, aggiunge un tocco importante, poichè ricorda quelle gonfie sfoggiate negli anni '60.



La palma di show-stopper va decisamente all'abito indossato dalla modella cinese Guan Yin, appartenente alla collezione Haute Couture a/i 2004, un trionfo di taffettà rosso fuoco (o meglio, rosso Valentino), con corpino-bustier sorretto da un'unica spallina e gonna gonfia con balze profilate di ruches, sovrapposte in senso verticale. Un abito del genere, indossato da un'altra, probabilmente non avrebbe sortito lo stesso effetto: la modella asiatica (così come molte altre sue connazionali) ha una classe e un'eleganza tutte particolari, che le permettono di 'interpretare' al meglio anche una mise così complessa.

Dopo cotanto splendore, non posso tralasciare qualche nota dolente, che passa sotto il nome di Sienna Miller. L'attrice britannica, pur essendosi limitata a seguire la scia boho-chic di Kate Moss, si è inspiegabilmente guadagnata la fama di trend-setter. Beh, guardando le foto qui sotto, penso ci sia ben poco da stare allegri.



La sera del 7 luglio la Miller è giunta al galà post sfilata al braccio di Mario Testino [1], indossando un abito effettivamente imbarazzante, una sorta di tubino seconda pelle anni '80 con gonna in piume di struzzo, il tutto tinto di rosso Valentino. Quel che però ha lasciato perplessi i giornalisti (e la sottoscritta) sono le sopracciglia, incongruamente spesse e scure, per non parlare di quel rossetto troppo vivace, che su di lei sortisce il temibile effetto Joker.



Come se non bastasse, mi ha lasciata davvero interdetta la mise con cui la giornalista australiana Daphne Guinness si è presentata alla festa del 6 luglio. Non appena viste le immagini qui sopra, mi sono lasciata trascinare dallo sdegno, esaminando ciò che non andava, iniziando dall'abito: sembrerebbe un abito-bustier con gonna gonfia in taffetà, letteralmente inghiottito da una stola di piume nere (daje con 'ste piume), e già questo è sufficiente per bocciare l'insieme. Poi ci si mettono le calze velate (a luglio?), le dita sopraffatte da ditali argentati, una mano dipinta di nero (questa qualcuno me la deve spiegare) e una pettinatura allucinante (la sposa di Frankenstein sapeva fare di meglio), che contribuiscono a decretare un disastro senza capo o coda. Capisco l'eccentricità, ma non sarebbe meglio, a volte, lasciarsi ispirare dalla dignità di signore come Joan Collins, smagliante a 74 anni suonati?


[1] Testino è stato l'autore del servizio fotografico scattato proprio a Roma in questi giorni, con protagonista Sienna Miller (vestita, tra l'altro, da replicante scema), che ha visto Riccardo Scamarcio fare da comparsa. Le indiscrezioni rivelano si tratti addirittura della prossima campagna-stampa Valentino.
Postato da: superqueen alle 21:14| | p.link

giovedì, luglio 05, 2007
La conclusione dell'anno scolastico è coincisa con un momento un po' particolare della mia vita: dopo aver fatto i salti mortali, dividendomi tra tre scuole diverse ed essermi sorbita gli esami di maturità, mi sono imposta di rallentare, di rintanarmi tra le mie cose, i miei pensieri e i segnali che il corpo manda, allontanandomi quindi un po' da tutto. Ho ripreso a dedicarmi alla cucina e alla casa e a guardare regolarmente la tv, anche solo per una ventina di minuti al giorno (cosa che non facevo da molto tempo). Nonostante il vuoto di contenuti del palinsesto, ho riscoperto un programma molto interessante, 'Enigma', condotto in maniera eccellente da Corrado Augias, ed è proprio dalla puntata andata in onda la scorsa settimana che deriva l'idea per questo post. Ieri, poi, mi sono imbattuta in 'American the Beautiful', un servizio realizzato da Terry Richardson per 'Vogue Nippon' di agosto, una serie di immagini in bianco e nero così semplici eppure inquietanti, che l'idea iniziale ha preso progressivamente corpo.



Protagonista del servizio (che prende il titolo da una canzone patriottica americana) è Lily Donaldson, misteriosa presenza sullo sfondo di una New York pressochè autunnale. Quel che mi ha colpito, a parte l'elegantissimo bianco e nero, è stata la sobrietà della composizione: lasciate per una volta da parte atmosfere equivoche e pose porno, Richardson punta la sua attenzione a giochi di luci ed ombre e ai luoghi scelti come sfondo.



Nell'immagine qui sopra, ad esempio, scattata a Central Park (sullo sfondo l'ingresso del ristorante 'Tavern on the Green'), parte del volto della modella rimane in penombra, i capelli le cadono ai lati del viso, il foulard Balenciaga le copre il collo e il decollète: l'effetto che ne deriva è malinconico con una punta di inquietudine.



In questa altra immagine, la modella percorre in bicicletta le strade pressochè deserte di New York; in questo caso, il senso di inquietudine non deriva dal volto in parte coperto, bensì dalla completa assenza di gente attorno a lei. Il risultato confonde e strania.



Altra immagine da cartolina è quella che vede sullo sfondo il ponte di Queensboro, che collega Long Island a Manhattan (reso famoso in 'Manhattan' di Woody Allen). La modella si trova su un lato dell'immagine, occupata per lo più dal ponte; il look di Lily è molto cambiato rispetto a quelli già visti: la giacca in pelle, i jeans aderenti e i mocassini a tacco alto compongono un insieme aggressivo e retrò allo stesso tempo.




Veniamo quindi all'immagine che mi ha maggiormente colpita dell'intero servizio: scattata ancora a Central Park, ha sullo sfondo le inconfondibili due torri del complesso di appartamenti di lusso 'San Remo', creato negli anni '30 e dimora, tra gli altri, di Rita Hayworth. Questa costruzione, ispirata allo stile barocco inglese, costeggia Central Park e si trova a pochi isolati di distanza da un altro edificio storico di New York, il Dakota.



Il Dakota, costruito nella seconda metà del XIX secolo, è uno dei simboli di New York, carico di mistero e di riferimenti anche nefasti: qui John Lennon morì nel 1980 per mano di Mark David Chapman, e qui vennero girate le riprese esterne di 'Rosemary's Baby' nel 1968. Il film di Polanski, parte di una trilogia (che comprende anche 'Repulsion' e 'Le Locataire') incentrata sulla paranoia e sull'orrore che nascondono certi appartamenti, è stato citato proprio nel programma condotto da Augias, così come il Dakota; la struttura composita del palazzo, con quelle torrette laterali, gli abbaini e le cupole, ha lasciato su di me un'impressione così forte, che ho voluto approfondire l'argomento, legandolo anche alla storia del film di Polanski.



Tra i più apprezzati film horror, per quanto assolutamente privo di scene sanguinose, 'Rosemary's Baby' si basa su un romanzo di Ira Levin, trasposto con fedeltà sul grande schermo. Al di là della sua indubbia valenza artistica, mi hanno colpita tantissimo le mille storie che si intrecciarono durante e dopo la sua realizzazione, a partire dalla protagonista, Mia Farrow: in piena crisi matrimoniale con Frank Sinatra, la Farrow fu imposta al regista (che aveva scelto Thuesday Weld) dal produttore, dimostrando però un'abilità stupefacente di fronte alla macchina da presa; rimangono iconici il taglio di capelli che sfoggia nella seconda parte del film (realizzato dal parrucchiere londinese Vidal Sassoon) e il suo stile, ingenuo e modernissimo.



La vicenda è incentrata sulla coppia dei coniugi Woodhouse, trasferitisi da poco nel grande edificio newyorkese (nel film viene chiamato 'Bramford'); sulla gravidanza di Rosemary, giunta poco dopo il matrimonio, grava l'ombra del satanismo e dell'occultismo, ma la maestria del regista sta nel lasciare questo elemento nel dubbio per gran parte del film, tanto da suggerire, a volte, che la donna sia semplicemente paranoica o, peggio, pazza. Il film, a tratti profetico, precedette di un solo anno la tragica morte di Sharon Tate, moglie di Polanski, barbaramente uccisa, a poche settimane dal parto, da alcune componenti della 'Famiglia' di Charles Manson, figura a suo modo diabolica ed inquietante. Probabilmente è anche questa sua fama funesta a renderlo così celebre anche a distanza di anni; non per niente, la sottoscritta l'ha noleggiato e se lo guarderà presto in santa pace. Non è certamente il momento più indicato per la sua visione, eppure c'è qualcosa, in questa vicenda in bilico tra fantasia e realtà, che trovo irresistibile.
Postato da: superqueen alle 13:30| | p.link

domenica, luglio 01, 2007
Dopo qualche mese di silenzio, torna in questo blog il reality show dedicato alle borse dei lettori e a quello che si trova in esse contenuto. Prima di iniziare l'ennesima puntata, un appello ufficiale: mandate mandate mandate le immagini delle vostre borse e del loro contenuto. Siano borse della spesa (uhm, bella idea!), borse da mare o da ufficio, qui verrà dato a tutte lo spazio che meritano.
Ma veniamo ora alla borsa di oggi, inviataci da colei che è, a tutti gli effetti, la più fedele collaboratrice di 'What Is In My Bag?', colei che più di ogni altro ha aperto le proprie borse, per permetterci di dare una sbirciatina al loro interno (per chi si fosse perso le puntate precedenti, in passato abbiamo visto una Speedy 25 di Louis Vuitton, una pochette 'Monogram Panda' e una 'Monogram Cerises', sempre di Vuitton, una borsa Prada e una borsa Gucci). Stavolta la protagonista è una bella borsa in satin di Emilio Pucci, caratterizzata da un'inconfondibile stampa astratta sui toni dell'azzurro.



La borsa ha una forma rettangolare allungata, quella che in gergo si definisce sac plat: da portare a mano, ha una 'maniglia' di forma ovale, profilata di pelle nera. E' una borsa di forte impatto, ma dalla struttura minimale, ideale da usare in estate, per un tocco di colore e di raffinatezza senza pari.
Vediamo ora cosa contiene:
- pochette recante l'effigie di Blythe
- portafoglio Furla, chiuso da un paio di ciliegie smaltate
- sul portafoglio è appoggiato un medaglione ovale, realizzato da Alice (non dimentichiamo le sue straordinarie capacità creative)
- sotto il portafoglio si intravvede un bloc notes di Hello Kitty, con accanto alcune caramelle
- Petit Blythe, modello 'Hollywood Hills Party' (la bambola, in questo caso, assomiglia a Marilyn Monroe, a cui si ispira l'abito bianco con cintura dorata in vita che Blythe indossa)
- quaderno con spirale e fogli colorati
- cellulare decorato da cristalli
- rossetto Chanel
- blush Dior
- matita grigia
Prima di procedere con il 'profilo psicologico' di Alice (che peraltro abbiamo già dato diverse volte), due parole doverose su Blythe, la bambola dagli occhi grandi, di cui Alice è collezionista ed appassionata. Per capire la portata del fenomeno, basta digitare il nome della bambola su Flickr: i risultati (attualmente circa 108.000) permettono di accedere ad un mondo particolarissimo, in cui queste bambole vengono personalizzate (non solo si possono cambiare gli occhi, ma anche modificare l'aspetto e il colore della pelle e dei capelli), abbigliate in modi a volte stravaganti, trasformate in minuscole icone del mondo contemporaneo. Prodotta dalla ditta americana Kenner nel 1972 e disegnata dallo studio Martin Glass e Associati, inizialmente Blythe non ebbe molto successo: i bambini dell'epoca trovavano le sue fattezze (e la possibilità di cambiare il colore degli occhi tirando una cordicella sul retro della testa) piuttosto inquietanti, tanto la bambola venne prodotta solo per un anno. Alla fine del 1997, Gina Garan, produttrice televisiva, riscoprì Blythe e iniziò a sfruttarne al massimo le capacità espressive, fotografandola durante i suoi viaggi. Grazie alla Garan e al successo che le sue foto riscossero in Giappone, le bambole vennero rimesse in commercio, prodotte dalla CWC e realizzate dalla Takara. Blythe quindi è il classico esempio di bambola concepita per i bambini, ma apprezzata (e resa famosa) dagli adulti: la testa sproporzionata rispetto al corpo e gli occhi grandi e sporgenti (un po' alla Christina Ricci) sono effettivamente delle caratteristiche che non la rendono appetibile ai più piccoli (che poi le bambine giochino con bambole altrettanto - se non più - inquietanti, è un altro discorso), ma che, per gli adulti, sono davvero il segno di una modernità eccentrica e misteriosa.
Veniamo ora ad Alice: già la scelta della borsa (semplice nella linea ma importante nell'aspetto) parla chiaro riguardo ai suoi gusti e al suo senso estetico, legato sì a suggestioni passate, ma senza inutili nostalgie. Il contenuto della borsa è altrettanto semplice, consiste in oggetti di uso quotidiano, con qualche concessione al reparto beauty, senza mai dimenticare la propria personalità e la propria passione per tutto quello che è arte (Blythe compresa).
Postato da: superqueen alle 10:59| | p.link

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