Cosa ci fanno le foto di questi 'brutti ceffi' [1] in un blog che solitamente si occupa di fotografia di moda ed altre amenità? Ebbene, i lettori di lungo corso ricorderanno non solo il mio approccio onnivoro e disordinato alla musica ma anche la passione sfrenata che nutro nei confronti dell'heavy metal. Da quando ho iniziato ad insegnare, poi, ho avuto modo di approfondire l'impatto sociale e culturale che questo genere musicale ha sulle nuove generazioni. A questo proposito, recentemente è emersa una notizia che mi ha piacevolmente sorpresa: secondo un'indagine svolta in Gran Bretagna presso la 'National Academy for Gifted and Talented Youth', una buona percentuale di età compresa tra gli 11 e 19 anni ascolta l'heavy metal per scaricare lo stress quotidiano, derivante dall'essere particolarmente brillanti a scuola e dall'avere una bassa autostima (le due cose sembrano in contrasto tra loro ma non lo sono: spesso proprio gli studenti più bravi hanno una bassa considerazione di se e delle proprie capacità, senza tener conto del fatto che a volte si trovano isolati rispetto al gruppo classe). Partendo da questo spunto di riflessione, mi sono fermata a pensare per un attimo agli studenti a cui insegno quest'anno e devo dire che per alcuni di loro i risultati della ricerca inglese sono veritieri. Si tratta di studenti dal profitto più che positivo, un po' persi in un microcosmo in cui la musica ricopre un ruolo fondamentale; indossano orgogliosissimi le loro magliettefiammanti, spesso suonano in un gruppo (prevalentemente da chitarristi o batteristi) e sognano di emulare le gesta dei loro beniamini. Come avevo notato tempo fa, il loro 'purismo' nei confronti dell'heavy metal è totale e commovente: è inconcepibile per loro ascoltare altro che non sia metal, considerano ridicolo tutto quello che i Metallica hanno prodotto dal 'Black Album' in poi, non vogliono nemmeno sentir parlare degli album realizzati dagli Iron Maiden senza Dickinson e guai a nominare un esponente qualsiasi del nu metal. Mi chiedono spesso lumi su quello che ascolto io, sui dischi che preferisco e le mierispostesonosempre le stesse; dopo qualche tempo, tornano alla carica e con nonchalance mi dicono 'aveva ragione, prof, quel disco è bellissimo'.
Lo stesso spunto di riflessione, però, ha mi ha portata al passato, ai tempi in cui ero adolescente con autostima inesistente, dal profitto più che positivo, che ne se stava ai margini dei gruppetti scolastici e ascoltava musica per scaricare lo stress. Al tempo, per me, l'heavy metal era rappresentato da Ozzy Osbourne (penso di aver consumato le cassette di 'Diary of a Madman' e di 'Bark at the Moon') e dagli Iron Maiden, ma anche dai Guns n' Roses (sì, lo so, di metal c'era ben poco, eppure il lorohardrock era un richiamo troppo forte). Sin da allora, le atmosfere notturne e folli di Osbourne, le complesse partiture e i riferimenti letterari presenti in molti brani degli Iron Maiden, la lacerante musica di Axl Rose e compagni rappresentavano una fuga dalla realtà, una tana traboccante energia nella quale rannicchiarsi nei momenti più difficili. Poi la lungaonda proveniente dalle rive del Wishkah spazzò via in men che non si dica l'epica del metal, aprendo la porta a musicadecisamentemenourlata ma forse più sottilmente potente. Da allora gli anni sono passati via veloci, ma il metal, il genere musicale più testosteronico che esista, la sua pomposità, la sua sbandierata violenza, mi è rimasto addosso come una persona che non si vuole né si riesce a dimenticare.
[1] E' bene precisare come nell'immagine in alto i Metallica siano ritratti nella formazione gloriosa ai tempi di 'Master of Puppets': da sinistra troviamo Cliff Burton (il bassista tragicamente morto durante la tournèe del 1986 in Svezia), Lars Ulrich, James Hetfield e Kirk Hammett; la foto in basso invece ritrae gli Iron Maiden nel 1992: da sinistra, troviamo Dave Murray (chitarra), Janick Gers (chitarra), Bruce Dickinson (voce), Nicko Mc Brain (batteria) e Steve Harris (bassista, nonchè vero fondatore del gruppo, nel lontano 1975). Per quanto riguarda Dickinson (uno dei miei cantanti preferiti in assoluto), è da segnalare il fatto che sia laureato in Storia, un ottimo schermidore, un romanziere di fama e un pilota di aerei (il 12 febbraio 2007 ha pilotato personalmente l'aereo che ha portato i giocatori del Glasgow in Israele per giocare contro il Tel Aviv, in una partita di Coppa Uefa).
I sincretismi culturali non mancano mai di riscuotere la mia attenzione, specie quando avvengono nell'ambito della moda, specie quando due mondi apparentemente opposti vengono a contatto, portando all'elaborazioni di immagini inquietanti e piene di suggestioni. E' il caso dello strano sodalizio che ha portato Steven Klein ad interpretare la moda Haute Couture di Valentino, uno degli stilisti più importanti, più prolifici e più longevi del panorama nazionale ed internazionale. Da una parte il controverso fotografo statunitense (che ha realizzato, tra gli altri, famosi ritratti di Madonna, Angelina Jolie e Brad Pitt, di Natalie Portman, Juliette Lewis e Christy Turlington), dallo stile spesso aggressivo e violento, a tratti ironico e tagliente, dall'altra il maestro dell'eleganza d'altri tempi, che proprio quest'anno festeggia i 45 anni di attività. Il risultato di questo sodalizio, voluto da 'Vogue Italia', è il servizio qui sotto, intitolato 'Tribute to the Italian Elegance', di cui è protagonista la modella americana Shannan Click [1].
Le immagini, ambientate in quella che sembra una stanza d'albergo dalle porte bianche, sono quadri enigmatici, su cui pesa un'atmosfera non lugubre, ma certamente decadente, a tratti malsana. Nonostante gli abiti indossati dalla modella siano tutti bianchi, riccamente ricamati e costruiti, le immagini sono dominate da una luce livida che pare 'inghiottire' i luccichii degli strass e delle perle. Nell'immagine qui sopra, ad esempio, la modella, mezza discinta, si appoggia alla porta, lasciando intravvedere una poltroncina foderata di velluto, su cui è appoggiata languidamente una stola di volpe candida, completa di testa e occhi di cristalli. La presenza della pelliccia aiuta a stabilire una sensazione di mollezza e di disagio, sottolineata dal viso della modella, sporco per metà di cerone; tutto questo, chiaramente, contrasta con l'eleganza del lungo abito in tulle di seta con volant sul fondo, composto da fasce alternate in tulle plissettato e ricamato, sorretto da bretelline a catena in perline.
In alcune immagini compare anche una figura maschile, tutta vestita di nero, il cui ruolo non è chiaro, come non lo è quello assunto dalla modella. Nello scatto qui sopra, ad esempio, trattiene Shannan per un braccio, volendola avvicinare alla porta, ma basta osservare l'espressione vacua della modella perchè si ristabilisca l'atmosfera inquietante che avevamo già notato. Il braccio che penzola senza vita e che non oppone resistenza alla stretta dell'uomo, il capo quasi abbandonato in avanti, la pelle lucida, non fanno forse pensare ad una bambola, senza vita e senza volontà? In questo caso, Shannan indossa un lungo abito in tulle di seta con balze plissè, corpino e bordi in raso bianco.
Anche in questo scatto i protagonisti sono due, due opposti anche dal punto di vista cromatico: l'uomo compare attraverso la porta, di nuovo la mano tesa verso la donna di bianco vestita, la quale nuovamente rivolge uno sguardo attonito all'obiettivo. Qui il bianco del lungo abito bustier in crepe di seta (segnato in vita da una fascia ricamata in strass e attraversato da un pannello drappeggiato), assume bagliori quasi lunari, complice una luce azzurrata.
La stessa luce azzurra distingue anche l'immagine qui sopra, in cui Shannan indossa un lungo abito bustier con corpino in taffettà drappeggiato e gonna in pizzo a grandi rose, con sottogonna in tulle. Seduta su una poltrona foderata in broccato giallo oro, tiene lo sguardo distolto dall'obiettivo, mentre su di lei troneggia la figura maschile, che si intravvede appena alla sua destra.
L'ultimo scatto è, a mio parere, il più riuscito, tutto incentrato come è sugli occhi di ghiaccio della modella (truccati da un make-up pesante, sui toni del rosso), sulle unghie laccate di nero e sul bicchiere che tiene in mano, lo strumento rivelatore di un mondo che rimane celato da un alone di ambiguità. Nonostante l'immagine dia risalto più alla donna che all'abito, fanno capolino il bordo ricamato e il volant di pizzo di un capo in crepe di seta, ennesimo segno esteriore di un mistero impenetrabile.
[1] La stessa modella è stata protagonista femminile, assieme ad Eva Herzigova, di 'Secret Ceremony', una controversa serie di immagini scattate sempre da Steven Klein a Stefano Dolce e Domenico Gabbana, ed ambientate a Portofino.
Devo essere sincera: quando ho deciso di inaugurare questa rubrica, ero certa della partecipazione di molte ragazze, desiderose (come la sottoscritta, d'altronde) di mostrare le proprie borse e quello che contengono, ma non ero così sicura (anzi, non lo ero affatto) che avrei ricevuto contributi da parte maschile. Gli uomini, si sa, anche quando usano borse, sono piuttosto restii ad aprirle e a svelarne l'interno. Queste le mie supposizioni iniziali, che sono state piacevolmente sconfessate; diverse sono state le puntate dedicate a uomini e alle loro borse, come accadrà anche oggi.
Il protagonista della puntata odierna è Marcello: vive a Roma, è nato nel mese di febbraio e non poteva che essere dei Pesci (più che un segno, una condanna). E’ giornalista, ha girato qualche corto come sceneggiatore e regista, ora è passato al documentario. La sua cinematografia del cuore è tutta italiana e va dagli anni Cinquanta a metà Settanta: tra gli autori del cuore, Valerio Zurlini, Luchino Visconti e un poco di Antonio Pietrangeli. Il suo sogno kitsch è di lavorare con Sandra Milo, sogno in parte realizzato.
Ama indossare gli abiti neri, con la giacca vistosamente stretta (ma non diventerà mai Brian Ferry e nemmeno Enrico Maria Salerno). Definisce il suo vestiario come quello dei cartoon, sempre uguale: abito nero, camicia bianca, cravatta e Converse. Abito, camicia e scarpe nuove, le cravatte rigorosamente vintage, appartenute al nonno, che rappresentano una sorta di protezione. Odia le stampe, le scritte e le t-shirt sotto le camicie. E’ legatissimo alla propria libreria, ai libri con dedica e alle prime edizioni dei romanzi ai quali tiene maggiormente (e si vanta di avere una rarissima edizione italiana di Salinger). Colleziona le tele di alcuni artisti che conosce, alcune le compra, altre gliele regalano. Si impone di non innervosirsi mai e ci riesce, nonostante di indole sia nervosissimo e rissoso; perde le staffe solo quando gli viene proibito di fumare. Ultimo, ma non ultimo: non va a cena se sa che in casa ci sono cani, anche solo uno, perché i cani gli mettono ansia e non lo fanno mangiare.
La borsa è una 'Besace' Balenciaga in pelle nera, uno dei pochissimi modelli messanger presente nella collezione 'Motorcycle', molto capiente e versatile.
Vediamo ora, attraverso le parole del proprietario, cosa contiene la borsa:
- Sul fondo c'è una agenda Moleskine di formato grande che utilizzo solo per lavoro; ad agenda aperta, la pagina sinistra ha la settimana e la destra è vuota per gli appunti. - In alto a sinistra c'è il giocattolo più utile al mondo, un rasoio elettrico che con un apposito filtro utilizzo per tagliarmi i capelli. Per la barba non lo uso mai: sono legatissimo al rasoio, però molto spesso esco di casa la mattina e torno la sera tardi, quindi, se mi capita di andare a teatro senza poter passare da casa, accorcio i baffi con questo giocattolo. Da una decina di anni ho l’abitudine di portare la barba (corta, quasi un centimetro) però sui baffi sono categorico e maniaco. Non devono oltrepassare la linea delle labbra. Un poco Amedeo Nazzari e un poco Modugno. - La penna per il wi-fi (utilissima perchè Roma ha una validissima rete in varie piazze del centro, e provvidenziale quando sono a Milano per lavoro). E pennetta per i vari file casa/lavoro. - Una spilla, che non uso perchè anche io ho pudore, regalo di una delle mie amiche più care (che vive a Londra e crea gioielli di feltro, perle e metallo). Ci sono molto legato perchè nasce riprendendo un racconto che avevo scritto da adolescente. Il cuore con le ossa.... qualcosa del genere, da adolescente anni ’90, e non me ne vergogno. - Scatola a forma di Bibbia di fine Ottocento appartenuto allo zio 'importante' di mia madre. Da quello che ho capito serviva a portare la comunione (le ostie all’interno della scatola) agli infermi. Per me è qualcosa di meno alto, da quando sono piccolo ci ho messo di tutto, dalle figurine di Nicola Berti e Bergomi ai medicinali. - Pilot V5 Grip. Inchiostro nero. Scrivo tutto così. Mi piace. Ed è un buon compromesso tra la punta sottile ed un risultato visibile, ben definito. E non si allarga sui fogli sottili. - Occhiali da sole di Alexander McQueen, gli unici che ho trovato che più si avvicinano al modello indossato da Gian Maria Volontè in ‘Indagine di un Cittadino al di Sopra di Ogni Sospetto’ di Elio Petri, mio cult. - Elisir Odontologico della Officina del Profumo di Santa Maria Novella. Mi piace il gusto che rimane in bocca, così lontano dai gusti chimici o mentolati degli altrii colluttori, e perchè fumo e mangio ogni due minuti e sono un igienista ai limiti della paranoia. Ha qualcosa del liquore, un retrogusto alcolico… ed io sono un vizioso. - Portacenere da viaggio, di metallo satinato, bello, piccolo e utile. Comprato a Londra nel 2004. - Sotto al portacenere c'è un coltello, un modello bretone, di quelli che usavano i marinai inglesi per tagliare le corde delle navi. Sul manico in legno c'è un ancora in ottone. Ho sempre subito il fascino di Corto Maltese, anche se lui le corde non le tagliava, era più chic. Lo trovo bellissimo, pericoloso e forse mi affascina per questo. - Agenda personale, accanto a quella identica dell'anno precedente. Di abitudine mi porto dietro sempre l'agenda dell'anno prima, visto che raramente trascrivo le cose. Sono sette anni che utilizzo la Moleskine a pagina giornaliera, senza logo, senza decor, perfetta. Severa e senza fantasia come me. Di abitudine quando passo una bella giornata il giorno successivo segno con una croce la pagina. - Medicinale vario per il mio mal di testa cronico. - In basso a sinistra batterie stilo (per la macchina fotografica) e ministilo (per microfono e registratore) pronte all'uso, perchè senza non si lavora. Durante le interviste non scrivo mai nulla, trovo una abitudine pessima scrivere durante l’intervista. Sono uno che ama guardare le mani, gli occhi e la postura. Le interviste in piedi sono le peggiori. Io registro, poi vado in 'camera oscura', come fossero foto.
La 'Besace' è il farsi borsa di un mondo intero, una rete di riferimenti culturali precisi, di suggestioni provenienti da epoche lontane e diverse tra loro; è caratterizzata da una personalità precisa eppure cedevole allo stile di colui che la porta. E l'immagine della rete è quella che meglio descrive anche il contenuto della borsa stessa: accanto ad oggetti di uso quotidiano e personale, se ne trovano altri (come la spilla a forma di cuore e la scatola in legno) che definirei piuttosto 'catalizzatori', per il ricco bagaglio di ricordi ed esperienze che portano con se. Il contenuto dice molto della personalità del proprietario, che diventa ancora più definita leggendo la descrizione che lui stesso ne dà: emerge un insieme affascinante e turbolento di rimandi a qualcosa o qualcuno non direttamente rievocati dall'oggetto, che però ad esso si legano, nella mente di Marcello, in maniera indissolubile. Il presente viene armoniosamente letto attraverso la lente del passato: l'agenda è priva di logo, nera e sempre uguale a se stessa, gli occhiali hanno una forma retrò, l'etichetta del colluttorio reca una calligrafia elaborata ed elegante, simboli di un mondo interiore complesso e, in parte, misterioso, fatto di luci ed ombre.
[1] Tengo particolarmente a questa puntata, anche perchè vede protagonista la borsa 'gemella' della mia Besace, della quale mi è ancora impossibile non vantarmi.
Il post precedente a questo ha giustamente portato ad una discussione sui gioielli e sul rapporto che si stabilisce tra l'oggetto e colui che lo indossa. Ho piùvolte parlato della passione per i gioielli etnici, meglio se vintage, che preferisco agli ornamenti più tradizionali (filo di perle compreso), perchè da anni ho la sensazione che siano l'ornamento a me più congeniale. Non amo indossare molti pezzi insieme, perchè il rischio - oltre all'effetto 'Madonna dei Polsi' - è quello di non mettere nel giusto risalto ogni singolo elemento. Nell'immagine qui a fianco indosso il solito bracciale rigido e una collana di provenienza indiana alla quale tengo particolarmente. Acquistata nel mio negozietto di monili di fiducia qualche anno fa, è tutta realizzata in argento (pesa ben 120 grammi) ed ha una composizione complessa: è formata da minuscole rosette, collegate tra loro da elementi rotondi, mentre sui lati esterni (la forma è quella di un triangolo) sono applicati dei pendenti a forma di foglietta zigrinata. E' una collana piuttosto vistosa e pesante, che mi piace indossare specie d'estate (ma la porto spesso anche in inverno), a diretto contatto con la pelle: toglierla a fine giornata e sentirla calda è una sensazione sublime, che da un'idea molto precisa di quale sia il legame che stabilisco con i gioielli che porto. Lungi dall'essere semplici ornamenti, spesso esprimono più di quanto non sembri in merito alla personalità di chi li indossa; se sono antichi, inoltre, portano con se un valore aggiunto, un passato che si assomma a quello che viene vissuto quotidianamente.
Ho già più volte espresso la mia ammirazione nei confronti di Terry Richardson, il fotografo statunitense che negli ultimi decenni ha letteralmente sovvertito i canoni della fotografia di moda, elaborando uno stile realistico (non a caso, scatta spesso utilizzando semplici macchine fotografiche usa-e-getta) e sfacciato, che a volte tracima nel porno, mentre altre volte si carica di sensualità, di poesia, di leggerezza. Il caso di 'Péché de Cher', servizio realizzato per 'Vogue France' su un'idea di Ludivine Poiblanc, rientra proprio nella seconda categoria di immagini realizzate da Richardson, il quale si avvicina in maniera scanzonata al mondo preziosissimo dei gioielli da mille e una notte. La modella, Natasha Poly, viene ritratta all'apice della semplicità: capelli raccolti, poco trucco (solo gli occhi sono truccati leggermente di nero; a volte sono appena velati da un paio di occhiali), con addosso un maglioncino nero, è intenta a mangiare e bere alimenti ad alto tasso calorico, dando quindi vita a scene singolari. E' singolare infatti, in tempi di accuse rivolte al mondo della moda di instradare le modelle verso l'anoressia, vedere degli alimenti 'grassi' e 'da strada' (alimenti cioè che si possono mangiare per strada) comparire in un servizio fotografico, specie se messi in relazione ai diamanti (il motto 'non si è mai nè troppo magri nè troppo ricchi', pronunciato da Mademoiselle Chanel, è sintomatico di un certo atavico parallelo tra magrezza, eleganza e ricchezza). Richardson sovverte le regole della fotografia di moda (dove il cibo è pressochè tabù) in maniera ingenua, per ottenere un risultato che ritengo moderno e divertente.
L'immagine di apertura vede Natasha intenta a mangiare un cono gelato. Quello che colpisce, secondo la mia opinione, non è tanto il nemmeno tanto nascosto riferimento sessuale, quanto lo splendido collier ‘Soleil’ di Chanel Joaillerie, indossato come tiara: è composto da ben 2028 diamanti disposti su elementi a raggiera (70 carati) montati su platino e oro bianco. Stile floreale invece per il collier ‘Open Wreath’ di Tiffany & Co. in diamanti taglio brillante (11.44 carati) montati su platino.
Passiamo ora a uno dei miei alimenti preferiti, ovvero il cioccolato fondente. Natasha addenta sorridente una tavoletta ancora mezzo incartata, mentre al collo brilla il collier ‘Nuit Blanche’ di Dior Joaillerie, dalla forma a nastro, tempestato da diamanti taglio brillante (78.49 carati) e rubini (2.11) montati su platino.
Chissà quale bevanda è contenuta nell'inconfondibile bicchiere trasparente di Starbucks? La modella la beve indossando un'incredibile quantità di diamanti: il collier ‘Soleil’ è composto da diamanti taglio marquise, a goccia e brillanti (40 carati) montati su platino, di Harry Winston, mentre quello di Graff New York è formato da diamanti bianchi taglio marquise (95 carati); completano l'insieme gli orecchini a clip con diamanti taglio a goccia e marquise (33.57 carati) montati su platino, sempre di Graff New York.
Stavolta tra le mani di Natasha compare una specie di sandwich, il quale viene addentato in una straordinaria cornice di pietre preziose: il collier in diamanti (35.40 carati) e smeraldi di Cartier, con elementi a forma di cavalli, è indossato come fascia sul capo. Gli orecchini sono tempestati da diamanti taglio marquise e brillanti (17.54 carati) montati su platino. Il maglioncino nero, infine, è impreziosito da due spille ‘Cluster’ di Harry Winston, in diamanti taglio a goccia e marquise di rispettivamente 12 e 11 carati, montati su platino.
Ora tocca ad un pasticcino in pan di spagna, crema e canditi, che fa da contrasto ad un altro collier portato come coroncina: si tratta (come uno dei bracciali) di un pezzo unico appartenente alla collezione 'Vintage' di Bulgari. L'altro bracciale, invece, è stato realizzato da Graff New York ed è composto da diamanti tondi e a taglio marquise (36.94 carati) montati su oro bianco.
Le ali di pollo fritto sono uno dei piatti più amati della cucina statunitense, quindi non potevano mancare in questo reportage attraverso cibo da strada e diamanti. Il collier sembra un delicatissimo pizzo: è formato da diamanti taglio rosetta e tondi montati su platino, per un totale di 128.83 carati; assieme al bracciale a sinistra (56.36 carati), appartiene alla collezione ‘Beauté Dangereuse’ di Boucheron. Sempre Boucheron, ma tratto dalla linea 'Not Bourgeois', l'anello con diamante ovale (3 carati) e pavè di diamanti (2.25 carati) montati su oro bianco. Il bracciale che si intravede a destra, infine, è un pezzo di Graff New York, con diamanti con taglio a goccia e tondi (41.61 carati) montati su platino.
Questo servizio, inserito in un contesto specifico - quello della fotografia di preziosi - così dominato dal formalismo e da atmosfere irreali, riconduce i gioielli a quello che in realtà sono, certamente costosissimi, per la maggior parte di noi irraggiungibili, ma pur sempre oggetti.
Con la primavera ormai alle porte, torna una nuova puntata di 'What is in My Bag?', il reality show di questo blog che ormai da un bel po' accompagna i lettori in un tour virtuale all'interno di borse delle più diverse fogge. Io sono orgogliosa di tutti i contributi finora trattati, ma a volte capita qualcosa di particolare, una sorta di 'colpo di fulmine' che mi lega ad alcune borse. E' il caso di quella che vedremo oggi, grazie al graditissimo contributo di Andrea [1], di professione grafico, che abita a Tokio (e già con questo ho detto tutto, gli amanti della cultura giapponese mi capiranno). Quando Andrea mi ha avvertito che avrebbe messo la sua borsa a disposizione di questa rubrica, ero certissima che ne sarebbe derivata una puntata eccelsa, e così, secondo me, sarà. Lascio al legittimo proprietario il compito di descrivere, con dovizia di particolari, quanto di seguito, iniziando proprio con la borsa.
La borsa l'ho comprata l'anno scorso per necessità: mi sono ritrovato a dover trasportare in giro per la città una cartelletta formato A3 e una serie di altre cose e, non riuscendo a trasportare tutto solo con le mani, mi sono infilato nel primo negozio per cercare una borsa a tracolla sufficientemente capiente. Il primo negozio in questione, in una vietta della giovane e hip Omotesando, è stato Rageblue, una marca giapponese che produce abbigliamento casual per uomo. La borsa è in stoffa e in una specie di tela cerata molto morbida, che sembra pelle. Non avrei mai pensato che sarebbe diventata la mia borsa preferita, considerando anche il prezzo: in saldo non credo di averla pagata più di 20 euro. A sorpresa, è molto resistente. Credevo che la cerniera centrale avrebbe presto ceduto, invece funziona ancora bene ed è comodissima per frugare all'interno o per far passare le cuffie dell'iPod. Però la fodera rossa inizia a fare dei pelucchi.
Passiamo ora al contenuto:
- un paio di guanti di pelle nera, aderenti tipo assassino: sono i miei preferiti perché non impediscono troppo i movimenti. Hanno la fodera interna strappata, ma mi piacciono e non intendo cambiarli fintanto che resistono. Li ho comprati secoli fa a Parigi in un grande magazzino
- kit da viaggio spazzolino/dentifricio, perché... sei il tuo alito
- custodia occhiali, in questo caso Viktor&Rolf, i miei fashion designer preferiti. Un modello classico, in plastica colore tartaruga. Ho un'autentica mania per gli occhiali e ne ho una collezione di circa 20, ma ultimamente uso solo 3 modelli: oltre ai V&R, altri due stile anni '50, di plastica nera, recuperati in alcuni negozi di Tokyo
- ombrello bellissimo trovato anni fa, durante la stagione delle piogge, in una stazione di Tokyo, Sendagaya, mentre stavo andando al lavoro (al tempo lavoravo in un piccolo bar che di giorno era un negozio di ceramiche, e di notte si trasformava in uno di quei bar che non chiude mai prima delle tre. Poi insegnavo italiano e facevo il graphic designer molto freelance. Ora invece faccio solo il graphic designer a tempo pieno). Avevo pensato di portarlo agli oggetti smarriti ma pioveva e non avevo un ombrello, quindi me lo sono tenuto. Non mi pento del mio piccolo pseudo furto: mi piacciono molto gli ombrelli pieghevoli da uomo con il manico curvo. Sono difficili da trovare: di solito hanno il manico a moncherino, che detesto
- un libro su quella che fu una delle riviste più gloriose del graphic design, 'Emigre'. È una raccolta di racconti, ognuno relativo ad un numero della rivista, dal primo all'ultimo (il 69). Lo leggo in metropolitana perché leggere è l'unico piacere della metro. Vorrei spostarmi sempre e soltanto con la mia bicicletta e leggere in un bar. Purtroppo non sempre è possibile
- un piccolo portasigarette, come si usava negli anni '20. Non fumando, lo uso come porta biglietti da visita
- un piccolo blocco per appunti della marca francese Rhodia (ne ho anche uno Paul Smith per Rhodia), i Giapponesi impazziscono per questo blocchetto. Ne porto sempre anche uno più grande, della Croquis, che uso per fare i miei schizzi, tipicamente quando devo pensare a dei logo
- Un astuccio con la scritta "Helvetica", font Helvetica: caratteri bellissimi, anche se non i miei preferiti
- farmacia personale: una confezione di Vassarina, una sorta di generico dell'Aspirina, l'unica cosa efficace contro i miei mal di testa. Poi, una confezione di pastiglie digestive e anti-dissenteria alla belladonna, comprate l'anno scorso nella Chinatown di Bangkok, prima di partire per la misteriosa Birmania. Non funzionano, ma mi sono rimaste in borsa
- una confezione di fazzoletti nella custodia di stoffa con la scritta "Se tu non puoi essere te stesso, chi altri potrebbe?". È una calligrafia di Mitsuo Aida, un artista molto noto in Giappone. Mi piace il suo stile ingenuo e un po' rough, quasi come quello di un bambino. Trovo geniale una scritta del genere su di un porta fazzoletti, oggetto per sua stessa natura inutile, ed è l'unico motivo per cui lo uso. I fazzoletti sono quelli giapponesi, sottili e fragilissimi. Sogno di poter compare un pacchetto di resistenti Kleenex, almeno quanto di poter comprare un loft con vista sulla baia di Tokyo
- un dizionario elettronico inglese-italiano-giapponese nella custodia protettiva verde. Dovrei usarlo più spesso, ma di solito mi limito a trasportarlo e a far finta di capire quando mi parlano
- portachiavi taroccato da donna Louis Vuitton, collezione 'Monogram Groom'. Comprato in una bancherella di Shanghai al prezzo di circa 50 centesimi. Non amo particolarmente LV, anche se apprezzo Marc Jacobs, ma trovavo divertente e un po' trash l'idea di possedere una LV taroccata. Trovo però molto carina e deliziosamente retro l'immagine tipo Tin Tin disegnata sul portamonete. Nella versione originale i colori sono bianco e arancione, ma preferisco il verde.
- last but not least, la mia fedele e indispensabile Leica M6, obiettivo 28 mm Voigtländer con qualche rullino B/W della Fuji, 1600 asa. Sono un tradizionalista, non amo i computer e apprezzo le pellicole, che mi piace stampare in camera oscura (avendone il tempo). Ho una piccola collezione di macchine fotografiche, mi piacciono molto i vecchi modelli. Però sto pensando di passare seriamente al digitale. O tempora, o mores!
Non penso di dover aggiungere molto a quanto già espresso da Andrea. Ritengo che questo sia un perfetto esempio di come una borsa e quello che contiene rappresentino in maniera chiara ed incontrovertibile la propria personalità. Sono rimasta affascinata dal contenuto, perchè ogni oggetto cela dietro di se una storia, un aneddoto e - quel che è più importante - un elemento culturale che lascia affascinati e stupiti. Curiosare in questa borsa è stato davvero come entrare in un mondo parallelo a me del tutto sconosciuto, e non è solo una questione di esotismo o di distanza geografica. La dimensione in cui ci porta questa borsa è un miscuglio di vecchio (il portasigarette, usato per conservare i biglietti da visita, ma anche la macchina fotografica tradizionale, gli occhiali di Viktor&Rolf, il portachiavi con grafica ispirata al personaggio di Hergé) e nuovo (il dizionario elettronico), di occidentale ed orientale, che personalmente trovo di una raffinatezza tutta particolare.
[1] Ci tengo a precisare che il suo blog è uno dei miei preferiti, dalla grafica eccelsa e contenuti eccentrici ed interessanti. Leggerlo equivale davvero all'ingresso in un mondo parallelo dove dominano il buon gusto, la grazia e l'estro.
Negli ultimi tempi, mi piace concludere la serata con un rito tutto particolare: dopo aver aiutato l'ing a fare i suoi esercizi per la riabilitazione del piede, mi siedo tranquilla sul mio divano rosso e inizio a lavorare all'uncinetto. Nonostante l'anatema scagliatomi contro dal fisioterapista di fiducia, secondo il quale il lavoro all'uncinetto è ferale per chi soffre, come me, di dolori articolari, non riesco a sconfessare la pulsione della tradizione e continuo ad uncinettare senza posa. Oltre ad essere un momento di riflessione e di rilassamento, con cui concludere giornate sempre più intense, il lavoro all'uncinetto è un innegabile legame con il passato (ricordo perfettamente i lunghi pomeriggi d'agosto, in cui nonna e zia prendevano le loro sedie impagliate e andavano a lavorare ad uncinetto o a ricamare dalla vicina, sedute fuori dalla porta di casa), ma è anche un legame che stabilisco con le persone a cui tengo. Non è un caso infatti che stia realizzando, uno dopo l'altro, oggetti che vanno o andranno in dono ad altrettante persone, il segno esterno di un pensiero di gratitudine, di amicizia, di riconoscenza. Un tempo, esprimevo quello che avevo dentro tramite la parola scritta, ora invece è come se sentissi la necessità di creare segni tangibili e reali, non so nemmeno io in base a quale strano meccanismo psicologico. Solo dopo aver ripreso a lavorare all'uncinetto con assiduità, inoltre, percepisco il legame speciale ed insondabile, per certi versi, che si stabilisce tra l'oggetto lavorato e chi lo lavora, una sensazione che non avevo mai provato prima e che onestamente mi destabilizza. La sciarpa che indosso nella foto qui sopra, ad esempio, è stata realizzata per una persona che stimo, ammiro e a cui tengo molto; mi perdonerà - spero - di aver usato la sua sciarpa per una serie di scatti, ma davvero sarebbe stato inconcepibile, per me, non serbare un ricordo visivo di quanto ho realizzato. Una sciarpa non è fatta solo di lana o cotone o quant'altro, perchè, intrecciati assieme al filato, stanno i pensieri che hanno accompagnato il lavoro e questo, a mio parere, la rende ancora più preziosa di quanto in realtà non sia.
Avete presente il detto secondo cui dietro ogni grande uomo c'è una grande donna? Niente di più vero, specialmente se lo si riconduce a 'Upgrade U', nuovo singolo di Beyoncè, estratto dal suo secondo album solista 'B-Day'. Prima di analizzare il video, diretto dalla stessa cantante insieme alla coreografa Melina, cerchiamo di capire a che punto della carriera di Beyoncè si inserisce: dopo aver girato l'ormai celeberrimo 'Dreamgirls' (per il quale non ha ricevuto i riconoscimenti sperati), la nostra ha deciso di tornare ad impegnarsi nella musica, presentando nello stesso giorno ben due nuovi video, ovvero 'Upgrade U' e 'Beautiful Liar', un duetto con Shakira. Sarebbe più logico parlare del secondo, girato in maniera elegante e sensuale, ma preferisco fermarmi sul primo, che è direttamente ricollegabile ad un discorso più ampio, relativo alla vita personale della cantante e all'estetica dominante il mondo dell'hip-hop e r'n'b. Il brano è l'ennesimo duetto [1] con il fidanzato Jay Z, uno dei personaggi più eminenti dal punto di vista musicale ed economico nella scena statunitense, ma basta scorrere il testo per capire che si tratta di una vera e propria dichiarazione d'intenti: la nostra vuole rendere il suo uomo migliore, facendogli capire che potrà diventare 'higher than number 1' solo se si affiderà a lei.
Il video si sviluppa come un gioco delle parti: Beyoncè indossa gli occhialoni fumè [2] e le Adidas di Jay Z, assume le sue pose, si mette anche uno stuzzicadenti in bocca, per gran parte del video. Questo naturalmente non vuole solo essere uno 'stratagemma narrativo' divertente e malizioso (una donna che veste i panni del suo fidanzato), perchè vuole sottolineare come lei sia, se possibile, ancora più forte dell'uomo, tanto da prenderlo bonariamente in giro.
Un qualsiasi video r'n'b che si rispetti è niente senza lo sfoggio di ricchezze esagerate, una sorta di memento per ricordare al mondo di essere arrivati in alto sulla scala sociale [3]. Questo ruolo viene assunto nuovamente da Beyoncè, la quale letteralmente espone gioielli e pietre preziose di ogni genere, partendo dal pendente in oro recante la scritta 'Upgrade', passando per un anello e finendo per un cristallo tra i denti e orecchini chandelier in diamanti.
A questo punto la scena si sposta in quella che pare essere una spiaggia con sabbia nera: Beyoncè vi si è mollemente stesa, indossando shorts argentati e un decoratissimo bustier bianco, rilucente di strass e paillettes. Gli strass impreziosiscono anche l'imponente chignon che le troneggia in testa, mentre lampi d'argento vengono emessi dalle lunghissime unghie (finte, immaginiamo [4]).
Rimanendo in ambito marino, a questo punto un altro cambio di immagine porta Beyoncè nell'acqua, con addosso un bikini nero tempestato di cristalli e di paillettes. Questa sequenza ricorda molto da vicino uno dei primi video di Jennifer Lopez (il più bello della sua carriera, a mio parere), ovvero 'Waiting for Tonight': anche lì la Lopez eseguiva una sequenza di danza in acqua e anche lì c'erano di mezzo i cristalli, applicati direttamente sulla pelle, per un immediato effetto di preziosità.
Non poteva mancare la consueta sequenza di ballo, quindi ecco Beyoncè impegnata in un balletto (molto semplice, a dire il vero) con cinque ballerini vestiti nello stesso modo. Il cambio di immagine avviene anche in questa occasione: la nostra indossa un top e una minigonna decorati da cerchietti di metallo lucido, che muovendosi rifrangono la luce, mentre i capelli sono lasciati sciolti e liberi di muoversi.
Eccoci arrivati alla sequenza che preferisco, quella che si svolge dentro e fuori una elegante Rolls Royce color crema. Trovo pacchiano ma divertente il modo in cui stavolta è abbigliata Beyoncè: con addosso le solite lenti fumè che avevamo incontrato all'inizio, fa il paio con la carrozzeria dell'auto indossando pantaloni aderenti e una giacca con grande collo di pelliccia candida, un completino 'sobrio' che vedrei bene indossato da lei. Quello che colpisce maggiormente, comunque, è la pettinatura, una spessa e lunga treccia sistemata di lato che ricorda certimodelli di Barbie. Nonostante quello che può sembrare, apprezzo anche in questo caso il suo non prendersi sul serio, il suo giocare con la propria immagine, anche piegandola ad un'estetica cafona che onestamente non le appartiene.
Sin dall'inizio, la canzone appare come un inno nei confronti della vita lussuosissima [5] che conduce la coppia: tra le diverse situazioni citate nel testo, troviamo innanzitutto un riferimento agli orologi Audemars Piguet (Jay Z possiede un modello 'Royal Oak Offshore' in acciaio in edizione limitata), ai gioielli di Lorraine Schwartz, alle cravatte 'Purple Label' di Ralph Lauren, alla ventiquattr'ore firmata Hèrmes, alle fermacravatte di Cartier e addirittura alla crema per il viso 'Natura Bisse Diamond Cream', che contiene polvere di diamanti e costa 250 dollari a vasetto. In questo scenario, Beyoncè non poteva che essere ritratta stesa su un pavimento ricoperto di gioielli, vestita in oro e con al braccio una quantità indefinita di orologi che immaginiamo essere preziosi. La scena ricorda altri due video piuttosto famosi, ovvero 'Bossy' di Kelis e 'Luxurious' di Gwen Stefani: in entrambi, le cantanti venivano ritratte stese su un pavimento coperto di carta luccicante, la prima con una collana di diamanti al collo, la seconda con unghie lunghissime laccate di porpora.
Il giochetto a cui avevamo assistito all'inizio del video (Beyoncè nei panni del fidanzato) si avvia alla fine: dopo qualche inquadratura in cui lei appare come Jay-Z e come se stessa (vestita con una camicia da uomo luccicante e tacchi altissimi), sulla poltrona nera arriva davvero lui, e da qui il video si dipana verso la sua conclusione. Si chiude così il gioco delle parti attorno al quale è incentrato il filmato, che si impone come altro passaggio di un cammino che è iniziato all'alba del genere hip-hop e r'n'b e che sicuramente ci darà altre soddisfazioni.
[1] I due hanno già duettato in 'Bonnie & Clyde '03', in 'Deja-Vu' e in 'Crazy In Love'.
[2] Si tratta di un modello vintage firmato Cazal.
[3] Argomento trattato in maniera estesa qui.
[4] Le unghie lunghissime sono un altro elemento distintivo della cultura black, basti pensare a quelle sfoggiate dalle atlete Gail Devers e da Florence Griffith Joyner.
[5] Una citazione va anche alla località di Amalfi, presso la quale i due hanno recentemente trascorso una vacanza.