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Template by Daria

lunedì, giugno 26, 2006


Il mio blog, indipendentemente dalla volontà di colei che scrive, si prende una pausa di riflessione: in men che non si dica ha sistemato tre anni di contenuti in un set di valigie Vuitton (LUI può, a differenza della sottoscritta) e via, in vacanza. La sottoscritta dovrà aspettare ancora qualche settimana prima di imbarcarsi per Golfo Aranci (non mi vedrete al ‘Billionaire’, promesso: andrò in vacanza nell’entroterra cagliaritano), ma si trova costretta a prendersi una pausa. Senza linea ADSL a disposizione (il contratto è scaduto proprio in questi giorni, e vogliamo cambiare gestore), è arduo potersi collegare e scrivere qualcosa di sensato, così come passare per altri blog o navigare in generale. Non penso che la mancanza di aggiornamenti causerà particolari nostalgie, ad ogni modo c’è un archivio sostanzioso a cui, eventualmente, rivolgersi. Un pensiero speciale va a voi lettori tutti, fedeli e di passaggio, che spero di ritrovare qui al mio ritorno.

Lavoro chiesa scuola genitori amante moglie
Amici nemici morte
Solo per restare ancora un po’ con te

‘Uomo Mangia Uomo’ – Tre Allegri Ragazzi Morti

Postato da: superqueen alle 20:20| | p.link

giovedì, giugno 22, 2006


Miles Aldridge, fotografo di origine inglese, è il geniale artista che crea immagini esteticamente perfette e pervase da un'atmosfera gelida ed inquietante, come quelle che compongono il servizio 'From Here to Maternity', recentemente apparso sul 'New York Times Magazine'. Oltre all'oggettivo fascino delle immagini, il servizio è interessante per la lettura particolare che viene data della figura archetipica della mamma. In un periodo in cui 'pregnancy is the new black' (come hanno recentemente dimostrato Angelina Jolie e Gwen Stefani, bellissime e glamour anche in gravidanza), il messaggio (piuttosto pericoloso, a mio avviso) è il seguente: donne, la società richiede che voi siate perfette ed in forma anche nel periodo della gravidanza (e che, naturalmente, perdiate i chili accumulati in nove mesi nel giro di poche settimane). Lo spauracchio è la discesa verso il baratro di Britney 'White Trash' Spears, recentemente apparsa a pezzi in un'intervista tv. Esiste chiaramente una via di mezzo tra le due situazioni, eppure il mondo dell'immagine lancia un segnale perentorio: le mamme-clone di Victoria Adams, altere e alla moda, sono i modelli a cui ispirarsi.



Capelli biondi ed indumenti blu: questo il leit-motiv della splendida immagine qui sopra. Nel mondo compassato di Miles Aldridge i bambini sono serissimi, delle versioni in miniatura degli adulti, altrettanto fissi nelle loro emozioni costrette. La mamma e le bambine indossano rispettivamente un abito da cocktail con stampa astratta e dettagli glitter e costumini olimpionici blu con profili azzurri; i capelli della mamma sono ondulati e spettinati con estrema attenzione, mentre i capelli biondi delle bimbe sono legati in strette codine a treccia. Quel cavallino di plastica che la bambina sulla sinistra tiene con se, lungi dall'essere un oggetto ludico gioioso, è caratterizzato da occhi tondi e fissi, una sorta di specchio dello sguardo della sua proprietaria. L'immagine è scattata in controluce: la fonte luminosa è posta esattamente dietro la mamma e la avvolge in un alone bianco molto suggestivo.



Sofisticatissima la composizione di questa immagine, in cui assumono una grande importanza i colori e i dettagli. Iniziamo con il giallo del telo-mare su cui è stesa la mamma e su cui stanno in piedi le due bambine, ripreso dal giallo del cappello floscio e dalla chioma fluente, per finire anche sul costumino della bambina a sinistra. Anche il rosso e la sua variante fucsia sono fondamentali: partendo dai sandali a fasce incrociate, ritratti in primo piano, l'onda rossa si abbatte sul pallone di plastica, sul costume della mamme e della bambina, per finire anche sulle unghie delle mani di quest'ultima.



Splendida anche quest'altra immagine, in cui la cura per i dettagli rasenta la perfezione. Mamma e bambino sono ritratti in un momento molto intimo, quello delle coccole; sullo sfondo del mare e della spiaggia emergono queste due figure, visibili solo in parte (non vediamo il volto del bambino, girato di spalle verso l'obiettivo, e una parte del viso della mamma, celato dall'ombra del grande cappello floscio), in relazioni alle quali domina il colore rosso (costume del bambino, foulard, labbra ed unghie della mamma). L'abito di Louis Vuitton, semplice nel suo grafismo (nero, bianco e color sabbia), funge da piano neutro su cui i tocchi di rosso emergono ancora di più. La mano ingioiellata della mamma, appoggiata sulla schiena del bambino, è un simbolo ambiguo di aggressività e di protezione [2].



Mamma e figlio tornano in quest'altra immagine, esempio eccellente dell'arte di Aldridge, che non si ferma mai ad un unico livello di lettura, ma anzi si presa ad un'analisi approfondita. Stavolta il viso del bambino (notate la sua espressione, tra il desolato e il triste?) è completamente visibile: viene ritratto mentre sorregge, a mò di 'servitor cortese', un parasole verde, colore ripreso dal cono gelato (gusto pistacchio, I suppose). La mamma, impaludata in stoffa Pucci sui toni dell'azzurro e blu, sorregge il cono gelato con le mani perfettamente curate e cela parte del suo accigliato volto dietro grandi occhiali dalla montatura bianca (come i sandali a fasce incrociate).



Giochi sulla battigia per mamma e figlia. La prima, con addosso un delizioso abitino giallo di Chloè, tiene in mano dei coloratissimi hula hoop, mentre la seconda, in costume rosso e fiocco giallo tra i capelli, è seduta su una macchinina gialla, accanto ad un castello di sabbia piuttosto sbilenco. Il vento che presumibilmente spira è funzionale alla presenza delle onde in mare e all'effetto di movimento sui capelli e sul foulard della mamma.



Il servizio si conclude con un'immagine della sola madre, vestita con un abito giallo a stampa floreale di Paco Rabanne. Torna un parasole (stavolta fucsia), che sovrasta i capelli perfettamente acconciati in morbide onde. L'immagine ha come sfondo un cielo carico di nuvole ed è stata scattata da un punto di vista piuttosto basso, in modo da mettere in risalto la figura umana, che troneggia più maestosa che mai, quasi a voler asserire la propria importanza in quanto finora visto.

Come già puntualizzato, ritengo piuttosto pericolosi messaggi di questo genere, che evidenziano come la società occidentale, alla faccia della tanto sbandierata libertà a tutto campo, continui a costruire attorno alle donne delle gabbie (più o meno) invisibili, ben difficili da evitare. Non è un caso che l'anoressia stia diventando un comportamento sempre più frequente anche tra le trentenni/quarantenni, che vogliono essere magrissime anche appena dopo una gravidanze, con tutti i problemi fisici ed esistenziali che questo comporta. Mi chiedo: perchè questa ulteriore pressione sociale?

[1] E' chiaro il riferimento al film 'From Here to Eternity' ('Da Qui all'Eternità'), interpretato nel 1953 da Burt Lancaster e Deborah Kerr. A parte l'ambientazione marina, non c'è nessun apparente punto di contatto tra il film e il servizio.
[2] Il rapporto, spesso controverso, tra madre e figli è un nodo di sentimenti a volte insondabili, attorno al quale si sviluppano moltissimi film e romanzi; tra questi, prende un posto d'onore 'Mommy Dearest', autobiografia di Christina Crawford, infelice figlia adottiva di Joan Crawford, da cui è stato tratto l'omonimo film interpretato magistralmente da Faye Dunaway. Se qualcuno ricorda il look dell'attrice, capirà perchè questa immagine in qualche modo gli rende omaggio.
Postato da: superqueen alle 15:42| | p.link

sabato, giugno 17, 2006


Sarà il caldo afoso arrivato di prepotenza in questi ultimi giorni, sarà il mio stato di neo-disoccupata, sarà il desiderio di lasciarsi dietro le spalle difficoltà ed ostacoli inutili, fatto sta che ha ormai preso corpo - temo definitivamente - il mio ripudio delle scarpe con il tacco. Qualcuno - specie lui - lo considererà un sacrilegio, tenendo conto della passione che ho sempre nutrito per questo genere di calzature e del numero consistente di esemplari che si nascondono (è proprio il caso di dirlo) nella mia scarpiera. Il fatto è che non mi ci vedo più a camuffare i miei 158 cm di altezza con stiletti da 10 cm, desidero solo essere libera di muovermi senza dover stare attenta a come cammino, a dove metto i piedi, al cinturino che si allenta, al tacco che si rompe. Non sono mai stata una grande camminatrice sui tacchi (sostenitrice sì, ma si sa: sono sempre forte nella teoria, quanto frana nella pratica) ma ora progressivamente si vanno smantellando quelle poche idee che mi convincevano, talvolta, ad inerpicarmici.
Ho accolto questa consapevolezza con sgomento e preoccupazione: una volta andati i tacchi, quale altra 'infrastruttura' del mio apparire avrei tolto di mezzo? L'apparecchio ortodontico è già andato da qualche mese, non uso push-up o altre diavolerie del genere...Le borse! Ecco! Forse vorrò disfarmi della mia minuscola - quanto preziosa - collezione di borse (che attualmente comprende una Paddington, una Balenciaga 'City' e una Speedy 30), adducendo chissà quale contorta spiegazione. Oddio, speriamo che l'ingegnere mi fermi dal compiere qualche atto avventato contro le mie borse.
Il discorso, naturalmente, è più ampio, la questione-tacchi penso sia semplicemente il segno esterno di qualcosa di più profondo. Stavo riflettendo proprio oggi pomeriggio a questo proposito: nonostante l'immagine di me che trapela da queste pagine (donnina alla moda? fashion victim? fashionista? e quant'altro), ho il piacere di comunicare che nessuna di queste impressioni corrisponde alla realtà, non per piaggeria, ma perchè non sono nulla di tutto questo. Incidentalmente ho una passione insana per le cose belle, che addosso a me diventano quello che io voglio farle diventare, non mantengono la loro aurea di 'intoccabilità' e quindi perdono la loro magia (forse ne acquisiscono un'altra, più personale, ma non sono io a poterlo dire). Esempio: oggi al supermercato ero in fila con una signora che portava in spalla una borsa Vuitton contraffatta (il mio occhio clinico colpisce sempre e comunque; sì, lo so, sono malata), mentre io avevo al braccio la mia Speedy. Mi sono guardata dall'esterno e mi sono fatta una risata alle mie spalle: al braccio avevo una borsa da 400 euro, ma addosso avevo un paio di pantaloni della tuta e una t-shirt di mia madre. La mia borsa, che probabilmente qualcun altro tratterebbe con più riguardo, anche solo negli abbinamenti, faceva la fila al supermercato inserita in un look da piccola fiammiferaia. Per concludere questi pensieri sconclusionati, ecco, io temo di avere questa abilità negativa: abbassare il livello di oggetti costosi ai miei 158 cm, il che, posso assicurare, è piuttosto in basso.
Postato da: superqueen alle 00:18| | p.link

mercoledì, giugno 14, 2006
Il revival degli anni '80 torna ad ondate regolari, riportando alla memoria dettagli - a volte imbarazzanti, come i costumi di scena di 'Dinasty' - di un passato non troppo lontano, che il tempo ha aiutato a rendere più interessante ed eccitante. Il tempo, si sa, lascia dietro di se una patina di nostalgia che va a coprire indistintamente tutto; è questo il motivo per cui i revival non sono mai veritieri: fanno apparire bello quello che in realtà bello non era (o comunque non veniva percepito come tale). Prendiamo, ad esempio, la fitness mania scoppiata al tempo di Reagan negli Stati Uniti: una pasionaria come Jane Fonda rappresentò più di ogni altra celebrità il sogno di possedere un fisico perfetto, plasmato a ritmo di musica (una pletora di film in tema - come questo - rielaborò il concetto attraverso diversi punti di vista).
Come viene vista oggi, nel XXI secolo, quella stagione di spandex colorato e work-out di gruppo? Già nel 2004, il video sexy 'Call On Me' di Eric Prydz riportava alla memoria certa estetica dell'epoca, seguito da 'Perfect' di Princess Superstar (che invece si concentrava su atmosfere alla Kurtis Blow) e, naturalmente, da 'Hung Up' di Madonna (la quale non ha inventato nulla di nuovo, ma ha saputo concentrare il 'gusto' di un'epoca in maniera accattivante).
Ultimo - ma non ultimo - nella lista arriva 'Non-Stop Ultimate Pumping', servizio fotografico realizzato da Steven Meisel per il numero di giugno di 'Vogue Italia', che riprende chiaramente quanto detto, unendolo ad un mood da disco music.



La pagina d'apertura del servizio parla chiaro, sin dalla sua composizione: non troviamo solo un'immagine, ma anche una cornice nera, su cui campeggiano scie di neon colorati e il titolo (il font usato è una vera e propria reminiscenza degli anni '80, così arrotondato ed aperto). L'immagine vede due coppie (uomini e donne), vestiti con striminziti costumi neri ed arancio, impegnati in un'esercizio per il rafforzamento delle braccia, immersi in una luce colorata (cifra - vedremo - dell'intero servizio). Da notare come il set abbia uno sfondo formato da una sorta di impalcatura metallica, illuminata da una serie di faretti (intro di 'Sorry', anyone?).



Donne, si diceva, ma anche uomini, impegnati in esercizi aerobici per scolpire corpi già abbondantemente scolpiti: il ragazzo qui sopra, inguainato in una canotta azzurra e in minuscoli pantaloncini gialli, è una sorta di Jim Morrison ipervitaminico - l'espressione imbronciata ma ammiccante, i riccioli che incorniciano il volto, muscoli ben in vista e pelle lucente di glitter.



Immersi in una luce blu - che dona alla scena un mood acquatico - alcuni dei nostri 'atleti' sono impegnati in esercizi per i rassodamento dei glutei, abbigliati più per andare in spiaggia che non in palestra. Fanno capolino i costumi di Liza Bruce e quelli in jersey di Norma Kamali, tanto in voga negli anni '80, caratterizzati da forme audaci e tagli strategici, per mostrare in tutta la loro bellezza corpi plasmati appunto da estenuanti sessioni di aerobica.



Una luce rossa stavolta illumina i tre atleti sulla cyclette, con alti polsini di spugna e muscoli guizzanti. Questa immagine in qualche modo dimostra l'artificiosità della situazione ricreata (d'altronde, siamo su 'Vogue', non su 'Starbene'): basta osservare i perfetti riccioli della chioma femminile per capirlo. La finzione appare come verosimile, non vera: il lucido sulla pelle non è sudore ma acqua, i capelli del bel tenebroso sulla destra non sono stillanti sudore ma acqua. Eppure, non sta tutta qui, la magia della fotografia di moda, ovvero far passare
per glamourous le situazioni anche più assurde, anche quando palesemente non lo sono?



Questa immagine di gruppo, infine, racchiude perfettamente il senso dell'intero servizio, con la sua dinamicità, i colori vivaci e laminati, gli addominali in vista, i capelli vaporosi. E' una completa summa della teoria 'perfect body': corpi magri, dinamici, tonici, felici di sudare e di mettersi in mostra. Rigurgito del salutismo anni '80 o ossessione più che mai presente nelle menti dei nostri contemporanei in vista dell'estate ormai giunta?

Qui il servizio completo.
Postato da: superqueen alle 10:28| | p.link

lunedì, giugno 12, 2006
Il ruolo che ricoprono le direttrici di 'Vogue' è da sempre importantissimo e strategico: Anna Wintour (per 'Vogue U.S.'), Franca Sozzani (per 'Vogue Italia') e Carine Roitfeld (per 'Vogue France') rappresentano il gotha dell'editoria di moda, spesso sono loro che decidono tendenze, captano trend e lanciano fotografi e modelle. Nel mondo dell'effimero per antonomasia, queste donne - molto diverse tra loro - dettano legge senza mezzi termini. Dell'assolutismo della Wintour è stato detto tutto, mentre le altre due restano - apparentemente - nell'ombra: la Sozzani, riccioli biondi e spiccato amore per l'arte, dirige da anni una rivista che ha raggiunto livelli molto alti di perfezione ed originalità, mentre la Roitfeld, musa di Mario Testino e Tom Ford, è probabilmente la più moderna delle tre, contraria alla chirurgia estetica, amante dell'understatement (odia la logomania) e dello stile androgino. Grazie al suo senso estetico complesso e al desiderio di rielaborare immagini e suggestioni passate, è nato 'Oui', servizio fotografico realizzato da Patrick Demarchelier e pubblicato sul numero di Aprile di 'Vogue France'. Per l'occasione, il fotografo di origine francese ha abbandonato il suo stile classico (non riconoscibilissimo, a dire il vero), per produrre una serie di immagini misteriose, a volte disturbanti, incentrate sul tema del 'matrimonio gotico'.



Questa è l'immagine con cui si apre il servizio: un insieme di uomini, donne e bambini vestiti in bianco e nero, in posa sui gradini di una scala, fissi nella loro immobilità. E' intetessante notare come sembrino più manichini (nessuna espressione sui loro volti), che ospiti di una cerimonia nuziale. E questo non è l'unica 'anomalia' presente.



Ecco qui le spose, ritratte in un'immagine di gruppo, riunite con i loro sposi, di nero vestiti, attorno ad un tavolo imbandito. Il broccato delle tovaglie, gli addobbi floreali candidi e i candelabri dorati sono segni decorativi ripresi dagli abiti da sposa, elaborati ed impreziositi da volumi ampi, crinoline, volant, panier e copricapi dalla forma bizzarra. I volti delle spose sono a volte coperti dal velo, un elemento che ci riporta ad un riferimento culturale ben preciso, che diverrà più palese procedendo nella 'narrazione'.



Ancora una foto di gruppo, stavolta ambientata in un'alcova, dove domina un'atmosfera misteriosa (notare come i volti di quasi tutti i protagonisti siano in ombra) e un arredamento decadente (le poltroncine in primo piano e il panneggio sullo sfondo); dal punto di vista cromatico, il bianco degli abiti amplifica il bianco del lenzuolo e del cuscino.



Torniamo da dove eravamo partiti: la scala dalla ringhiera in ferro battuto, decorata da tralci floreali. Le spose sono mollemente adagiate sui gradini, alcune si sistemano l'abito, un'altra è completamente nuda sotto il velo bordato di pizzo: tutte prendono l'aspetto di bambole agghindate a festa, in attesa che i loro compagni (ne vediamo uno con tanto di bouquet in mano) le porti sull'altare. Primo riferimento: questo scatto ricorda uno dei più bei video realizzati da Bruce Weber, in parte proprio girato su una scala simile, nel corso di una festa ben più movimentata e gioiosa.



La prima immagine scattata all'esterno (è visibile una parte del palazzo, qualche albero, una distesa di ghiaino) è ben distante dall'idea del matrimonio, seppur strampalato, che abbiamo visto fino a questo momento: qui sembra di assistere ad un funerale, piuttosto, o peggio, ad una qualche cerimonia che ha poco a che fare con uno sposalizio. Una donna bionda e appena vestita di bianco è stesa su un muretto e circondata da quattro uomini con croci sul petto e da un'altra donna in nero, pronti ad officiare chissà quale, inquietante rito di passaggio o di purificazione. Qui inizia a farsi sentire l'immaginario del 'matrimonio nero', una visione gotica che sembra più fare riferimento all'unione tra Paradiso ed Inferi che non all'unione tra uomo e donna; elementi dello stesso immaginario sono stati utilizzati anche da Billy Idol e da Britney Spears, proprio con l'intento di apportare una variazione sul tema.



Anche questa immagine va ad inserirsi in una dimensione disturbante, ben lontana dalla simbologia tradizionalmente associata alle nozze: una sposa, vestita di rosso, con un segno scarlatto sul viso (il rosso viene ripreso anche dal make-up sulle palpebre), è adagiata, con il seno mezzo scoperto, su un tavolo coperto di rose bianche ed è circondata dalle spose, che si protendono con fare sospettoso su di lei. L'immagine è composta in maniera particolare sulla pagina, visto che è incorniciata da un paesaggio d'alberi.



Uno dei momenti più attesi di qualsiasi nozze è il taglio della torta, interpretato così da Demarchelier: la sposa taglia con un grande (forse troppo grande) coltello una torta a più piani, appoggiata su una splendida tovaglia ricamata ad intaglio, mentre lo sposo fa capolino da sotto il tavolo, il viso mezzo nascosto dall'ombra. Una finestra dà accesso al mondo esterno, mentre un lampadario emana una luce fioca ed inutile.



Ecco le spose, inginocchiate in attesa di convolare a giuste nozze, con dei bouquet di fiori scuri tra le mani, circondate dalle candele e dalla luce - livida - che entra da un'apertura sopraelevata.


Spose in nero (o membri di una setta misteriosa?) attraversano insieme la campagna circostante la dimora principale: indossano abiti color notte, ingombri di crinoline ed altre decorazioni, ma portano decollète bianche ai piedi.



La storia enigmatica, e per certi versi incomprensibile, che ci hanno narrato Carine Roitfeld e Patrick Demarchelier si conclude con una scena di festa, anche questa ben poco allegra, nonostante qualche sorriso appaia sul viso degli astanti. Le donne indossano per lo più body candidi che lasciano le spalle scoperte e decollètè dal tacco alto, copricapi di velo (reminiscenze dei veli più lunghi indossati prima), e allungano le gambe su diversi punti di appoggio (un tavolino, il pianoforte a coda), lasciando sui piatti resti di una torta.
In questa rilettura del matrimonio (non è un caso che il servizio sia apparso sul numero di Aprile, mese scelto da molti per celebrare il lieto evento) è del tutto assente, come già notato, ogni elemento riconducibile alla tradizione (la festosità, l'allegria, il lancio del riso, la festa), mentre viene rispettato il codice di abbigliamento (colori scuri per lo sposo, chiari per la sposa), a cui si aggiunge quell'inquietante tocco di rosso, riferimento forse alla tradizione in uso nel Medioevo (quando le spose vestivano di rosso per propiziare le nascite). L'ambientazione nobile e decadente contribuisce a stabilire un tono sfuggente, a volte etereo, a volte opprimente.
Postato da: superqueen alle 17:32| | p.link

domenica, giugno 11, 2006
Una delle protagoniste indiscusse di 'What Is In My Bag?', il reality show di questo blog, è Alice, collega (anche lei insegna) e carissima amica, amante delle belle borse ed artista a tutto tondo (dipinge, disegna e realizza splendidi accessori). La puntata odierna sarà incentrata su un nuovo acquisto, una borsa Prada in nylon color rosa acceso, con manici e due zip (una frontale e una in cima).



La borsa è decorata da bag candies a forma di rosa e a forma di faccina di Hello Kitty, realizzati da Alice utilizzando la ceramica sintetica. Possiedo anche io uno di questi bag candies, a forma di rosa, e devo ammettere si tratta di una piccola meraviglia: non è bellissimo solo il modo in cui la ceramica sintetica è stata plasmata, ma anche il materiale stesso, in cui sono stati inclusi dei brillantini.



Ora vediamo il contenuto della borsa:
- acquerelli in scatola da viaggio Windsor e Newton
- portafoglio Furla chiuso da fragoline in smalto
- bag candy realizzati da Alice in ceramica sintetica
- fermacoda 'Pinkhead' di Tarina Tarantino
- porta-biglietti da visita Hello Kitty
- carnet (omaggio di 'Marie Claire'), usato per prendere appunti
- blocchetto in carta di riso Ikea per schizzi veloci
- pacchetto di fazzoletti di carta
-
mini-specchio Hello Kitty (può essere incollato anche al cellulare, ma è troppo ingombrante!)
-
Pokemon in acciaio e smalti, portafortuna da cui Alice non si separa mai perchè realizzati dal suo fidanzato
- penna Mini Bic
- due telefoni cellulari (Motorola Razr Pink e Samsung con cristalli)
- un 'Juicy Tube' di Lancome
- trousse 'Dior Confidential' (a forma di busta da lettere)
- trousse e pettine 'Charmmy Kitty'
- porta-passaporto Hello Kitty
- custodia per occhiali


Ho avuto modo di conoscere Alice in questi ultimi mesi e posso assicurare che la sua personalità viene rispecchiata a pieno dalla borsa e da quel che contiene, ma anche dalla base d'appoggio scelta per la foto, una vera e propria opera d'arte: una sedia di recupero dipinta in oro e decorata da rose e da una fantasia maculata. Mi piace moltissimo il modo in cui Alice ha dato una nuova vita ad un oggetto dalla foggia antica (lo schienale curvo, la seduta ampia dalla forma rotondeggiante), non solo segno evidente di una grande padronanza del mezzo pittorico, ma anche di un gusto decorativo personalissimo. La borsa e il contenuto racchiudono una parte del mondo interiore della nostra amica, in cui spiccano la passione nei confronti dell'estetica kawaii e del colore rosa, così come il suo lavoro (come capiamo dai blocchetti per appunti e dalla scatola di acquerelli), un mondo interiore rappresentato da oggetti di uso comune resi femminili e particolari da piccoli accorgimenti (i bag candies sulla borsa, i cristalli e gli stickers sui telefoni cellulari).
Postato da: superqueen alle 17:28| | p.link

giovedì, giugno 08, 2006


Mentre scrivo questo post mi sento un po' come i conduttori di 'Planet Rock' quando, il 17 novembre 1995 (ben undici anni fa, oddio, mi sento vecchissima!), durante una splendida puntata dedicata alle sigle dei telefilm americani, facero ascoltare per la prima - e penso unica - volta 'Profumo di Mare' di Little Tony, sigla italiana di 'Love Boat', in versione integrale. Qui, dove solitamente domina la moda, la fotografia, l'amore/ossessione per le borse, le mise sfavillanti dei red carpet hollywoodiani, oggi si parlerà di agricoltura ed allevamento di animali da cortile. No, non sono impazzita, anzi: questo post è dedicato a tutti i lettori di questo blog, specie a quelli che si sono - giustamente - lamentati perchè non parlo più di me e della mia vita privata. Ecco quindi un momento di vita privata (più dell'ingegnere, a dire il vero, ma anche mia, per la proprietà transitiva): seguitemi negli orti ed attenti a dove mettete i piedi!



Reperto numero 1 (orto 1, a casa dei suoceri): insalatina novella, ormai è pronta per essere raccolta.



Reperto numero 2 (orto 1): fragole (mangiate ieri sera, buone). Non sono esattamente la punta di diamante del raccolto annuale, ma non sono male.



Reperto numero 3 (orto 1): piante di tegoline (noi chiamiamo così i fagiolini).



Reperti numero 1 e 2 (orto 2, situato dietro casa dei suoceri): piselli e patate (l'ingegnere non voleva che pubblicassi la seconda foto; secondo lui, le patate non sono proprio belle, si stanno riprendendo da non so quale malattia e non sono 'in forma', ma io non l'ho ascoltato: non siamo mica al 'Forum Macchine'!). A proposito dell'ingegnere, eccolo qui impegnato a strappare qualche erbaccia.
E' doveroso concludere che mancano le immagini degli orti 3, 4 e 5, dove vengono coltivati rispettivamente frumento (nel 3) e ortaggi vari (nel 4 e 5). Per chi si chiedesse il motivo di questo scomodo frazionamento, sappia che abitiamo in una zona pedemontana, dove non è possibile avere appezzamenti estesi di terreno, bisogna accontentarsi di coltivare i pezzettini che si possiedono.
Eccoci infine arrivati all'argomento che preferisco: l'allevamento delle galline, animali apparentemente privi di intelligenza, eppure dotati di un certo senso del territorio e del possesso (del mangime, ovviamente); le più anziane si fanno addirittura prendere in braccio dall'ingegnere. Vediamo le diverse specie allevate:



Gallina ovaiola comune (oltre a questa, ce ne sono altre tre; hanno quasi due anni).



Gallina 'collo nudo' (ce ne sono molte altre della stessa razza), per la quale provo una certa antipatia. Quel collo nudo senza penne mi mette un po' di angoscia (beh, diciamo che io non sono molto a mio agio circondata dalle galline, come è successo ieri sera).



Le mie preferite: galline 'broiler', allevate per la loro carne. Hanno delle belle piume bianche o grigie ed un'espressione molto dolce; vengono però tenute separate dalle altre: a differenza delle comuni e delle collo nudo, non razzolano, non passeggiano, mangiano, stanno appollaiate all'ombra e basta. Inizialmente ero preoccupata per questo loro comportamento asociale (forse non si sentivano accettate dalle altre? O forse venivano addirittura isolate?), ma l'ingegnere mi ha spiegato che sono galline selezionate per produrre carne a volontà, quindi mangiano e non si muovono per quello. La spiegazione mi è parsa molto crudele, ma così è.

Ho deciso di scrivere questo post dopo aver avuto una conversazione con alcuni alunni di una classe quarta, durante l'ultima ora di lezione di inglese. Mi hanno chiesto informazioni sull'ingegnere e io ho spiegato la sua 'doppia' vita, ingegnere di giorno, contadino di pomeriggio/sera/week-end. Rimasti un po' stupiti dalla 'confessione' (chissà quanti di loro hanno mai visto una gallina viva o una pianta di patate), hanno chiesto come faccio a conciliare questo aspetto della vita familiare con la mia personalità e le mie passioni, il che mi ha fatto riflettere. Semplicemente anche questo fa parte della mia quotidianità, pur non essendone la promotrice, e se questo aspetto non ci fosse, forse l'ingegnere mi sarebbe apparso meno speciale, più ordinario, e quindi, forse, me ne sarei innamorata di meno. Non lo seguo molto in campagna, ma solo il fatto di lavargli gli abiti da lavoro, di ascoltare le sue lamentele (e le galline si beccano, e i pomodori hanno la peronospora, e le patate hanno le dorifore, e via dicendo), di pulire e conservare i prodotti della terra, mi fa sentire parte del suo viscerale amore per la terra e mi mette in contatto con un ciclo vitale atavico ed affascinante. E poi, chi l'ha detto che le contadine (dovessi mai diventarlo) devono essere necessariamente creature abbruttite dal lavoro e dalla fatica? Io vado negli orti con il foulard Gucci in testa e me ne vanto!
Postato da: superqueen alle 10:33| | p.link

lunedì, giugno 05, 2006


La scuola sta per finire e io inizio ad intristirmi. Non è quella tristezza unita al pensiero confortante che 'tanto ci si rivede a settembre', perchè a settembre mi aspetterà - almeno spero - un'altra scuola, altri alunni, altri colleghi, altri ambienti, tutti nuovi, da scoprire e da conoscere. La tristezza che provo in questi giorni è un po' quella che ho provato nel luglio del 1994, quando ho letto '52' sui quadri appesi alle vetrate d'ingresso, mi sono voltata e ho iniziato una nuova vita, con la consapevolezza in cuore che tutto quello che avevo vissuto fino a quel momento mi sarebbe mancato, prima o poi. Forse ricapiterà in futuro o forse no, ma insegnare nella scuola in cui si è studiato è stata senza dubbio un'esperienza unica, formativa e stressante al tempo stesso, che mi ha portata a fronteggiare i fantasmi di un passato che pensavo ormai sepolto. I primi mesi non è stato facile: è come se mi fossi posta l'obiettivo di superare - da insegnante - i risultati raggiunti da studentessa, per orgoglio personale e per dimostrare ai miei professori ancora in servizio che non li avrei delusi. E' come se piano personale e professionale fossero andati in corto-circuito, creandomi ansie ed aspettative forse troppo alte; alla fine, però, mi sono detta che non avrebbe avuto senso complicare inutilmente il mio già difficile lavoro, quindi mi sono rilassata e ho proseguito per la mia strada. Oggi ho salutato gli alunni di una delle prime in cui insegno con il cuore un po' gonfio; uno di loro mi ha chiesto se per caso non fossi un po' emozionata e io ho risposto con una qualche battuta scherzosa: avessi dovuto rispondere sinceramente, gli avrei detto che mi sarebbero mancati tutti, anche quelli che sbagliano ancora la coniugazione del verbo e non mettono la 's' alla terza persona singolare, quelli che parlottano tra loro per ore intere, persino quello che ascolta solo i Pantera e l'altro che studia informatica invece di ascoltare la lezione.
In questi mesi il mio essere insegnante si è annullato sulle pagine di questo blog (come hanno notato diversi lettori), per una scelta presa consapevolmente, evitare ovvero di mettere in piazza questioni anche personali, che coinvolgono me e il mio lavoro, niente di particolare ma non mi andava di parlarne apertamente. Forse sarebbe stato interessante raccontare di giorno in giorno le frustrazioni, le soddisfazioni, la stanchezza, i plichi di compiti da correggere, la difficoltà di assegnare un voto, con tutto quel che ne segue, ma non sarebbe stato altrettanto rispettoso nei confronti della mia controparte, gli alunni. Penso che questo sarà il post definitivo sulla conclusione del presente anno scolastico, a meno che non riesca agguantare qualche ambitissima playlist durante il concerto di fine anno (e lì scatterebbe una puntata di 'Cosa Si Nasconde Nel Mio Armadio', ma vedremo).
Postato da: superqueen alle 14:34| | p.link

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